Naufraghi, eroi

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La mattina del tre ottobre è andata in scena l’ennesima tragedia del mare al largo di Lampedusa. Su un barcone che ospitava cinquecento profughi, per lo più somali, eritrei e ghanesi è scoppiato un incendio. Per il panico, molti dei migranti si sono gettati in acqua e lo scafo si è rovesciato per lo spostamento di peso causato dai viaggiatori costretti a spostarsi per evitare le fiamme. Le vittime sono state circa trecento. Il dramma ha suscitato enorme impressione nel mondo intero e, in particolare, in Italia. Il Papa, lo stesso tre ottobre, ha detto di provare “vergogna”. La parola è stata ripresa dal Presidente della Repubblica Napolitano che ha parlato anche di “orrore”. Il Consiglio dei Ministri ha proclamato per venerdì quattro ottobre un giorno di lutto nazionale: in tutte le scuole italiane, si è rispettato un minuto di silenzio. I commenti si sono intrecciati con le notizie del viaggio di Papa Francesco ad Assisi, che ha avuto luogo il quattro ottobre. In quell’occasione il Papa, visibilmente intristito e commosso per quanto capitato, è tornato sul naufragio di Lampedusa: “Questo è giorno di pianto”, ha detto.

“PIANGEVO COME UN BAMBINO”

Sono tante le storie che “raccontano” il dramma del tre ottobre. Una riguarda Domenico Colapinto. Segniamolo, questo nome. È uno di quelli che diventano eroi loro malgrado e di cui nessuno parla. È il pescatore che, insieme al fratello Raffaele, è stato tra i primi a soccorrere i naufraghi. Con il suo italiano ansimanate Domenico Colapinto ha raccontato quello che ha visto, quando è arrivato sul luogo del naufragio: “Non dicevano niente… gente ghiacciata, provata, con la paura, stanca, non parlavano nemmeno… Erano terrorizzati. Io piangevo come un bambino a vedere quella scena lì… Non ho visto mai veramente io… Uno scempio proprio, una vergogna oggi succedere queste cose”. E poi a descrivere la difficoltà a soccorrere chi stava affondando mentre si soccorrevano altri e la difficoltà a tirare a bordo i naufraghi sporchi di gasolio che scivolavano via dalle mani.

“Io piangevo come un bambino”. Domenico è un omone grosso, dalla pelle scura, pescatore tutto d’un pezzo. Sentirlo paragonarsi a un bambino per dire quanto ha pianto è cosa straziante, proprio perché quell’omone che torna a casa dopo una notte di lavoro in mare non dà l’impressione di uno che piange facilmente. Ma quel giorno ha dovuto piangere. Quel pianto così raro in quell’uomo ha dato la misura della compassione, di una umanità che, nonostante tutto, sa ancora commuoversi e persino piangere. Ci si consola constatando che esiste ancora la pietà.

VERGOGNA

E poi, strana quella parola: “Vergogna”. È la stessa usata dal Papa. Non sono in grado di stabilire se Domenico Colapinto ha parlato prima del Papa o dopo e se quindi lo ha citato. Ma è probabile che il pescatore, stressato dagli eventi, non abbia avuto tempo di vedersi il telegiornale. Dunque: il pescatore in lacrime e il Papa addolorato hanno dato voce ai loro sentimenti con la parola “vergogna”. E mi sono ricordato, anche in questo caso, della frase famosa di Camus: “Si prova vergogna a essere felici da soli”. È impossibile, infatti, essere felici di fronte a tanti infelici che muoiono in un barcone a quel modo. Inizia con questo stato d’animo, timidamente, una qualche forma di solidarietà: una solidarietà degli affetti che prepara, forse, le altre possibili forme di solidarietà, comprese quelle economiche e politiche, che tragedie simili rendono sempre più necessarie.

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