Una processione

5

Mi è capitato recentemente di partecipare ad una processione di paese. Fiori di carta colorati appesi su tutti i muri delle case, banda musicale per le vie del paese, gente in chiesa. Certo, quasi nessun giovane e poche famiglie ma la scena era di quelle rassicuranti. Come se ne vedono a Natale, a Pasqua e durante il triduo dei morti. Mentre guardavo tutto questo, mi chiedevo, sommessamente, se questi non erano i segni ultimi di un mondo che sta irreversibilmente sgretolandosi sotto i nostri occhi. E che noi, pervicacemente, facciamo di tutto per non vedere. Anzi, l’impressione – a sentire la predicazione con cui terminava, in gloria, la giornata – era che i cambiamenti, la postmodernità, il trapasso epocale che caratterizza il nostro tempo, non avessero per nulla scalfito la qualità della proposta cristiana. Lo sguardo tronfio e severo con cui dal pulpito veniva guardato e giudicato il mondo stava ad indicare un’autosufficienza che, nei nostri ambienti ecclesiali, è molto più diffusa di quanto si creda.

UN MITO CHE RESISTE

Perché, diciamoci la verità, c’è un mito che resiste. Che la crisi sia passeggera. Che ritornerà il tempo, è questione di poco, in cui tutto sarà come prima: le chiese di nuovo piene, i giovani ancora con noi. Bisogna aver pazienza e, soprattutto, tornare a proclamare con chiarezze e forza la verità e i valori ad essa connessi, in particolare quelli relativi al dogma e alla morale, sottaciuti alquanto da una certa predicazione e catechesi “troppo conciliare”. La questione è seria e mette in gioco, con forza, la qualità della testimonianza cristiana dentro il nostro tempo. Resto convinto che la questione non stia nel resistere ostinatamente o di restaurare via via quello che i cambiamenti fanno crollare, quanto piuttosto quello di ritrovare i valori essenziali e ripartire da lì a costruire, in un’opera di largo respiro e di lungo tempo, una nuova forma di presenza nella storia. Questo, del resto, mi è sempre parso lo spirito del Concilio, pur in una giusta preoccupazione di gradualità e nel rispetto della fede dei semplici. Sono certo che l’attuale cambiamento storico è profondo e non superficiale; è irreversibile e non provvisorio; e apre una nuova pagina di storia dell’umanità. Una pagina nella quale è inutile voler copiare le stesse parole delle pagine precedenti, ma nelle quali è invece necessario far vivere lo stesso spirito. Ecco perché anziché difendere tante cose secondarie bisogna riscoprire e far rivivere quelle essenziali, e solo quelle. Come un pellegrino che deve compiere un lungo cammino e che deve mettere nella sua bisaccia tutte e solo le poche cose essenziali. La processione, forse. La Parola, la cura liturgica, la passione per la città, certamente.

 LA FEDE NUDA E CRUDA

La domenica successiva ho guidato un gruppo di amici di una parrocchia bergamasca sulla tomba di don Giuseppe Dossetti, il credente che ha segnato in modo unico la storia del Novecento, partecipando, da politico e giurista, alla redazione della Costituzione Italiana e, quindici anni dopo, da prete, segretario del cardinal Lercaro, alla redazione dei testi del Concilio Vaticano II. L’amico monaco che ci ha accolto e portato nel piccolo cimitero di Casaglia di Marzabotto dove don Giuseppe ha voluto essere seppellito ha voluto leggerci questo testo: «Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta, umanamente parlando. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Potremo attingere soltanto alla fede pura, senza poggiare in nessun modo su argomenti umani. Nessuna ragione, nessun sistema di pensiero, nessuna organicità culturale, nessuna completezza e forza di pensiero organico, costruito, potrà presidiare la nostra fede. Sarà fede nuda, pura, fondata solo sulla parola di Dio considerata interiormente. Non potremo attingere a niente, a nessuna sintesi, a nessuna summa. E non avremo il conforto in nessuno dei piccoli nidi sociali che siano omogenei e sostengano la nostra vita evangelica. Come non lo avremo più nessuno di noi nel nostro Paese. Quegli ultimi nidi, quelle ultime nicchie “covanti” ed un poco facenti calore, un certo tepore…sarà molto difficile che si riproducano. E invano si cercherà di riprodurli. Anzi, ogni tentativo di ricostituire, o di dar da bere che si può ricostituire una sintesi culturale o una organicità sociale che presidi e che difenda la fede sarà sempre un tentativo illusorio, …anche se una certa tentazione è sempre rinascente. Forse già in questi giorni si cerca di preparare nuovi presidi, nuove illusionI storiche, nuove aggregazioni che cerchino di ricompattare i cristiani.Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull’Evangelo!

IL TUO PARERE

Le processioni servono? E le novene, le feste popolari…? Servono a cosa?

Share.

5 commenti

  1. Avatar
    caterina marchesi on

    tutto può servire ma,* Le Chiese si riempiranno se i “pastori” dimostreranno lo Spirito Missionario!
    Forse la crisi è conseguenza di “mancanza di fede” dovuta alla noncuranza dei pastori nell’animare la “cultura” nel nome di Dio! Animare la cultura? Innanzitutto vivere far vivere il Vangelo!Forse la Verità non viene proclamata perché “s’affaccia” ai più “piccoli”che, non la condividono con i “sapienti” che si”basano sui “dogma,scritti” e non tengono conto del “rivelarsi della verità qui,adesso” !Pazienza, coraggio,fortezza di tutto un po’,di quel che è: di/per Dio. L’attuale cambiamento storico sarà profondo non superficiale, provvisorio. Irreversibile perché riparte dalle radici! Le processioni, le feste popolari,secondo me, attualmente sono come mettere “un bel soprabito” sopra un abito “sporco”! Scusate se mi sono permessa tanto! Grazie!

  2. Avatar
    silvana messori on

    “non nominare il nome di DIO invano!” se ne parla… ma Lo si vive poco! siamo convinti che nelle nostre parrocchie siano consapevoli della “crisi” e di quale”?. ben vengano momenti di riflessione comunitaria e prendere questa opportunità(la crisi) quale domanda “del perché” delle nostre scelte. Chi cerca di mettere sotto la lente di ingrandimento e quindi di successiva riflessione delle “cose fatte”, quando per tradizioni popolari, spesso folkloristiche, non da senso a quello che si fa?; penso che la comunità stessa deve essere consapevole del proprio operato, e che non sempre è solo un problema parrocchiale!( alle Processioni, (devoti),spesso vi presenziano persone che non vengono mai alla celebrazione della Messa domenicale… e non voglio dare giudizi del perché! questi argomenti mi trovano viva e vivace! GRAZIE

  3. Avatar
    Battista Villa on

    Sono passati più di cinquant’anni:
    Sessanta anni fa a San Donato, durante la processione del Corpus Domini, la folla era ai lati della processione, come se assistesse al passaggio del giro d’Italia, il Cappellano seguiva il Proposto portando il Santissimo. Vedendo quei curiosi, i due sacerdoti formulavano due preghiere: il Proposto: “Signore, perdonali perché non sono con noi”: il Cappellano: “Signore, perdonaci, perché non siamo con loro”.

  4. Avatar
    Riccardo Bigoni on

    Ogni tempo ha trovato i modi più congeniali per dare visibilità alla coralità di un popolo che prega. Probabilmente la processione non è quello più in sintonia con il tempo presente, che ancora non ha trovato linguaggi condivisi e popolari (nel senso più nobile) per dire la gioia della fede. Questa non esiste “pura”, perchè se è cristiana, deve essere sempre incarnata. E la “fede” cervellotica che si tenta di spacciare come pura, è ancora troppo altezzosa, e non sa parlare al cuore, nello stile del Signore…

  5. Avatar
    LORENZO MICHELI on

    Ho notato che papa Francesco tiene molto alla devozione popolare. Durante la liturgia lui stesso tocca le immagini e si segna. Traccia un segno di benedizione quando dice il L’eterno riposo; e poi quando ha incontrato le confraternite, nell’omelia ha ricordato questi passaggi del documento di Aparecida: I Vescovi latinomericani hanno scritto che la pietà popolare di cui siete espressione è «una modalità legittima di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa» (Documento di Aparecida, 264). «il camminare insieme verso i santuari e la partecipazione ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli e coinvolgendo altre persone, è in se stesso un’azione di evangelizzazione» (Documento di Aparecida, 264). Torno da un bellissimo incontro, organizzato dalle nostre parrocchie che cercano di costituirsi in un’unità pastorale, con i genitori e gli adolescenti e don Chino Pezzoli. Alla fine una parrocchia cosa deve fare se non far crescere il suo popolo nell’espressione popolare della fede come è una processione, come lo sono degli incontri che aiutino i genitori a sapersi orientare nel compito educativo e come lo sono tante altre cose che le nostre comunità cercano di fare. Non saranno cose fatte in modo perfetto, non saranno pure a livello teologico, non saranno… ma sono il segno della passione, della fatica e della bellezza di comunità cristiane che cercano di vivere il Vangelo.

Lascia un commento