Ghiaie di Bonate

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Per molti dire don Cortesi equivale a richiamare immediatamente l'”affaire” delle presunte apparizioni della Madonna alle Ghiaie di Bonate nel 1944. Per molti egli sarebbe il principale responsabile del loro mancato riconoscimento ecclesiastico.

Un sostenitore della apparizioni, il salesiano don Attilio Goggi, ha scritto: «Contro don Cortesi si è scatenata una polemica così violenta da rivelare addirittura odio personale da parte di taluni che, accecati da spirito di divisione, combatterono la buona battaglia in modo disgraziato, non accorgendosi neppure di essere diventati essi stessi nemici della causa che intendevano difendere» (A. Goggi, Un segno per credere, pag. 33).

E il Vescovo Mons. Roberto Amadei, parlando con il sedicente veggente del Monte Misma, Roberto Longhi, ebbe a dire, presente il sottoscritto: «Non so come certi sostenitori delle Ghiaie possano pensare che la Madonna sia contenta di loro, con le cattiverie che vanno continuamente dicendo di don Cortesi».

Delle “apparizioni” delle Ghiaie, il prof. don Luigi Cortesi comincia a interessarsi il 19 maggio 1944, pochi giorni dopo l’inizio del fenomeno e se ne occupa per meno di un anno e mezzo. Il terzo volume dei suoi rapporti esce il 15 settembre 1945. In questo breve lasso di tempo egli passa dal favore entusiastico per quello che crede stia succedendo alla convinzione che la “veggente” non abbia visto nulla.

Il tribunale ecclesiastico ascoltò Mons. Cortesi il 23 maggio 1947 e gli pose solo poche domande relative al biglietto di ritrattazione firmato dalla veggente. In quel momento egli era già entrato in quel suo silenzio totale sul problema delle Ghiaie, che egli manterrà fino alla morte nel 1985.

Il voltafaccia del nostro professore è stato clamoroso, ma secondo lo storico Mons. Chiodi, che riesaminò la questione verso la fine degli anni ’70, mons. Cortesi non è il personaggio nodale del mancato riconoscimento ecclesiastico delle apparizioni. Mons. Marino Bertocchi nel suo recente ben documentato volume 65 anni di devozione mariana, Ghiaie 1944-1968 (pag. 64) osserva che il tribunale «Certo si è avvalso dei suoi lavori, ma anche di altri determinanti elementi di prova a don Cortesi del tutto ignoti, quali i verbali del tribunale e le informazioni scritte delle Orsoline al Vescovo».

C’è stato chi giustamente ha fatto notare che con il suo eclatante cambiamento di posizione il noto Professore aveva tutto da perdere soprattutto per quanto riguardava la sua reputazione. Questo, per molti, depone giustamente a favore della sua coraggiosa onestà intellettuale. Scrive mons. Castelletti: «Se è vero che si possono e si devono fare delle riserve su quanto egli ha scritto… si ha il dovere morale di prestar fede a chi ha la franchezza di ricredersi pubblicamente, di confessare i suoi sbagli, di modificare i suoi giudizi, in omaggio alla verità che gli si è rivelata».

Nonostante questa ovvia osservazione, il povero Cortesi, secondo mons. Pesenti, «Sino alla morte fu sottoposto ad un linciaggio morale indegno di persona civile, coinvolgendo anche i suoi familiari» (“Vita Diocesana” 2000, pag. 757).

Nel suo ininterrotto silenzio successivo sull’argomento, e sulle diatribe che si erano scatenate contro di lui, una delle poche sortite è contenuta in una sua lettera a mons. Benigno Carrara, Vescovo di Imola: “Mi pacifico pensando che le accuse ingiuste sono così enormi e sciocche da essere incredibili… Per quanto concerne la causa non credo che siano affiorati nuovi elementi non considerati dalle venerande e sagge persone che furono incaricate di esaminare la questione; l’interesse teologico della discussione, mi sembra ormai liso ed esausto” (A. Paiocchi, Don Benigno, pag. 136-137).

A conclusione, tornano bene le parole pronunciate dalla “veggente delle Ghiaie” Adelaide Roncalli, quando fu informata della morte di monsignore: «Preghiamo per lui. Io non ho niente contro di lui, perché quello che ha fatto lo ha fatto pensando di difendere i diritti della Chiesa» (Bortolan, Le apparizioni delle Ghiaie di Bonate, pag. 93).

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