Senza più pane

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Sono il vuoto e il silenzio i veri protagonisti del documentario «Il pane a vita» di Stefano Collizzoli, prodotto da Caritas, Fondazione Bernareggi e Zalab, proiettato ieri sera in prima visione al Cinema Conca Verde davanti alla folla delle grandi occasioni. Vuoto e silenzio che si insinuano come crepe nelle vite delle persone: senza lavoro, senza soldi sì, ma soprattutto senza una direzione, senza un senso, senza più fiducia nel futuro.

Come ha detto il vescovo Francesco Beschi dopo la proiezione «il film racconta attraverso storie particolari una vicenda più grande». Le protagoniste Lara Vezzoli e le sorelle cinquantenni Liliana e Giovanna Ghilardi sono tutte e tre ex operaie della Honegger: un brutto giorno di un anno fa, il giorno della chiusura del cotonificio, si ritrovano fuori dai cancelli, con un listino paga a zero euro, soprattutto con un patto tradito. La fabbrica tessile Honegger ha rappresentato per oltre cent’anni un punto fermo nella vita di Albino: una volta entrate le operaie lì – nello stesso posto dove avevano lavorato anche le loro madri – pensavano che avrebbero avuto “Il pane a vita”. Invece no, il pane è finito. È grande il dramma economico, ben presente nel film: «Una volta chiusa una fabbrica si entrava in un’alsetra, adesso non è più così».

LA FINE DI UN’EPOCA

Ma il problema più grosso è quello della perdita d’identità: queste donne non sanno più chi sono, cosa possono fare della loro vita: «È la fine di un’epoca – dicono – forse dovremmo adattarci al lavoro che c’è adesso, flessibile». In questo senso la vicenda della Honegger diventa un simbolo di tutte le altre, simili, purtroppo oggi numerose in Bergamasca e tutta Italia. Un simbolo del dramma delle oltre tremila famiglie che il Fondo Lavoro Famiglia della Caritas sta aiutando.

Dagli occhi di Liliana, Giovanna e Lara però si capisce che non ci credono più. A cinquant’anni, dopo una vita trascorsa così, non sanno più che cosa fare. Reagiscono con grande dignità, mettendo un giorno davanti all’altro, mettendo in campo le loro energie dove possono: in famiglia. C’è chi accudisce il genitore infermo: «E meno male – dice Lara a un certo punto – che c’è mio padre pensionato che mi aiuta tanto. Certo è pesante chiedergli ogni volta dieci euro, venti euro per la benzina, le sigarette e il telefono». C’è chi, come Giovanna, ha dei nipotini da crescere.

Ma la domanda che le due sorelle si pongono a un certo punto, sedute a tavola insieme, è «adesso cosa facciamo»? Perché non è finita solo una fabbrica «è finita un’epoca». Nel film c’è l’impotenza di un imprenditore di fronte a un meccanismo più grande di lui: «Mi sono arreso – dice Pietro Zambaiti -. In questa storia c’è anche la mia resa personale». C’è la difficoltà di reazione del territorio: «I vostri profili sono stati tutti raccolti, vi chiameremo per le posizioni disponibili….Più di così con la difficoltà che c’è non possiamo fare». C’è la solitudine delle persone, che ripensando al lavoro dicono «guarda come eravamo bravi, come sono belle queste stoffe» e poi «se compro una camicia a tre euro, ma qualcuno l’avrà fatta questa camicia, va bene sono cinesi, ma il lavoro?». «Il pane a vita» non è un film che dà risposte, ma apre grandi questioni: qual è il oggi il valore del lavoro, il valore della dignità delle persone, dove c’è oggi spazio per costruirsi un’identità, individuale, sociale, di comunità? Cosa si può fare in una situazione come questa? Dal punto di vista economico, sociale, culturale, personale?

LE PROIEZIONI

Il dibattito continua attraverso le prossime proiezioni del film:

6 dicembre Milano, Centro San Fedele, ingresso gratuito

7 dicembre Roma, Millennio Film Fest, alla presenza di don Ivan Maffeis

9 dicembre Bergamo, Cinema Del Borgo (ingresso a pagamento)

12 dicembre, Albino, Nuovo cineteatro

Per informazioni: il blog www.ilpaneavita.wordpress.com, www.zalab.org/ilpaneavita .

 

Ecco un nuovo video estratto dal film:

 

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