Verso Ovest

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Fotografie scattate più di vent’anni fa ma attuali come se fossero riprese di ieri. L’occhio di Giovanni Chiaramonte ci interroga sul destino dell’uomo, nel senso più generale del termine, in una mostra curata da Andrea Dall’Asta SJ e Laura Geronazzo e visitabile alla Galleria San Fedele di Milano fino al 20 febbraio (via Hoepli 3/b, tutti i giorni dalle 16 alle 19, esclusi lunedì e festivi).

IMMAGINI AMERICANE

«Per me è stata come una scoperta, come fare un viaggio nel viaggio, e ho scoperto un mondo nuovo. Questo lavoro, che ho sempre molto amato, rappresenta un’America che, almeno per me la prima volta che l’ho visto, era del tutto sconosciuta. Anche oggi siamo abituati alle immagini delle metropoli come New York e Chicago mentre questo tipo di paesaggio non ci è così familiare». Lo ricorda bene Laura Geronazzo, l’America di Chiaramonte si distingue dalle ordinarie immagini delle grandi città americane che normalmente richiamiamo alla mente quando sentiamo parlare di nuovo mondo. Si, perché questo fantomatico nuovo mondo non è solo quello brulicante di uomini, edifici e macchine che con quotidiana regolarità ci viene trasmesso da film e telefilm, «noi siamo abituati a vivere sempre come in un interno, dove tutto è affollato, mentre qui siamo di fronte ad un orizzonte sconfinato: un’apertura che ha generato in me un’apertura del cuore, un’apertura verso l’infinito, un desiderio di uscire da me, dagli stereotipi, e di confrontarmi con qualcosa di più ampio, di più profondo e nuovo».

Un viaggio nell’ampiezza e nella vastità dei territori del golfo del Messico, affacciati su una sorta di mare interno come il nostro, un viaggio verso occidente che per il fotografo  è stato anche tempo di scoperta e di speranza: «Andando lì la prima volta non ho trovato nulla di quello che mi aspettavo, l’America, il compimento dei desideri che ogni europeo ha negli occhi. Questo luogo promesso non lo è per niente, tanto che buona parte della popolazione che viveva in Texas, Alabama, Mississipi, Florida non aveva casa, viveva nelle mobile home: mi sono trovato totalmente spiazzato. Una cosa ho visto e mi ha rincuorato, l’orizzonte, infinito. Ho capito poi, arrivando a Miami, che quel mondo è stato per me nuovo perché tutto quel vasto deserto, senza memoria storica, è il luogo dove io per vivere devo decidere di vivere. L’America è l’occidente che ti dice: è il tuo tempo per essere nuovo, devi iniziare, devi essere tu il tuo nuovo inizio».

35 fotografie dove l’ideale di nuovo mondo viene ribaltato alla ricerca di un nuovo senso, non stereotipato e mercificato, più profondo. «Qui abbiamo l’interpretazione di un mondo che è abitato come da un’assenza, una mancanza, una sorta di desiderio inespresso, dove la bellezza è come un ricordo ma non cancellabile, abitata da una memoria ma anche pervasa da una nostalgia», sottolinea Andrea Dall’Asta SJ, perché la terra che Chiaramonte ci mostra è una terra un tempo ricca e spaziosa, ora sfruttata e devastata, un luogo di desolazione fisica e spirituale.

IMMAGINI UMANE

Un lavoro che corre sul filo dell’orizzonte, presente in tutte le immagini, un lavoro complesso dove, aldilà dell’apparenza superficiale di ogni immagine, di grande autenticità, i riferimenti sono profondi e molto vasti. Un lavoro dove l’uomo, ponte tra cielo e terra, è al centro. «Anche laddove non c’è la presenza umana, dove l’uomo non è chiaramente visibile, piccolino, minuscolo,  egli è sempre significativo:  l’orizzonte indica l’uomo perché è proprio lì che egli si colloca. Un uomo significativo anche nelle sue contraddizioni e nella sua capacità anche di infrangere la bellezza del paesaggio. L’uomo con le sue macchine ma anche con i gesti meravigliosi dei bambini, come quello del lanciare verso l’alto, verso il cielo», spiega Laura Geronazzo.

E da queste immagini l’uomo non può che sentirsi interrogato sul proprio destino. Paesaggi solitari, spazi infiniti, luoghi attraversati da tracce umane accennate ma violente, territori stanchi e sconfitti. Un racconto che però non volta la faccia alla speranza, che non abbandona l’uomo di fronte ad una tragicità ormai compiuta ma che invita piuttosto a compiere una ricerca, a comprendere le contraddizioni che accompagnano la civiltà e a ritrovare quei segni di fiducia e di positiva novità che ancora si possono cogliere. Continua Laura Geronazzo, «i cieli sono abitati: l’uomo non è lasciato non è abbandonato a sé stesso in questa vastità ma è abbracciato proprio dalla presenza del cielo, della luce, delle nuvole, degli uccelli, dell’arcobaleno. È un lavoro pieno di speranza».

L’uomo, anche in questo deserto, non è solo. Come decidere di vivere tra finito e infinito?

 

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