Anima trasparente

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Mariel_MazzoccoIn un testo del 1644 Jean-Jacques Olier, il fondatore dei Sulpiziani, riferiva di una sua particolarissima esperienza mistica. Dio si era rivolto a lui con queste parole: Va-t’en! Je veux écrire en toi! («Vattene! Io voglio scrivere dentro di te!»). «La conoscenza mistica – commenta la giovane studiosa seriatese Mariel Mazzocco – passa per una rinuncia a se stessi: è un punto su cui insistono tutti i grandi scrittori spirituali. Lasciando che sia un Altro a prendere l’iniziativa, acconsentendo a che Egli “scriva” nella nostra carne, se ne esce cambiati: è come se il mondo intero venisse ricreato ex novo, davanti ai nostri occhi: ma di un tale stravolgimento si ha perlopiù timore, oggigiorno».

Mariel Mazzocco, come è nata in lei la passione per la letteratura mistica cristiana?

 «È accaduto negli anni in cui frequentavo i corsi dell’Università Cattolica di Milano. Dopo la laurea in Filosofia, ho conseguito il dottorato di ricerca in Scienze religiose a Parigi e a Modena. Grazie alla scoperta di diversi manoscritti inediti di Jean-Jacques Olier (1608-1657), ho poi potuto proseguire la mia attività a Parigi e attualmente lavoro come ricercatrice presso il Collège de France. Negli ultimi anni sono stata impegnata nella pubblicazione, in Francia, delle opere inedite di Olier e nella redazione di articoli sul misticismo dell’età moderna. Citando Balzac, potrei dire che amo immergermi in questo “mondo misterioso, invisibile ai sensi”; quanto ai motivi, è sempre difficile spiegare l’origine di una passione: per usare un’espressione cara ai mistici tedeschi, direi che essa è “senza perché”».

MISTICA E PARANORMALE

Sulla mistica non gravano, oggi, molti pregiudizi ed equivoci? Spesso è ricondotta all’ambito dei fenomeni paranormali e perciò, secondo i punti di vista, è rifiutata in blocco o viene banalizzata in molta “sottoletteratura” del genere new age.

«Normalmente, quando si nomina la mistica affiora al pensiero l’immagine di una Santa Teresa trasfigurata nell’estasi, come la rappresenta Bernini; oppure, si pensa immediatamente a un’esperienza carismatica del divino associata a fenomeni straordinari quali visioni, illuminazioni, voci; o ancora, si confonde la vita mistica con un sentimento di fusione col Tutto, tipico dello spiritualismo irrazionale ed emotivo di certe dottrine “acquariane”. Eppure esimi studiosi francesi del primo Novecento, come Joseph Maréchal e Henri Bremond, già avevano sottolineato che le visioni, di qualsiasi natura esse siano, non esprimono l’essenza del misticismo. È interessante constatare che nel corso dei secoli gli stessi mistici, che pure dichiaravano di aver vissuto simili fenomeni, sottolineavano come essi fossero degli  “elementi accessori”, dai quali non dipendeva l’autenticità della loro esperienza. Per esempio, nel 1645, in un breve trattato sulla Possessione divina che ho recentemente editato, Olier metteva in guardia contro i pericoli delle visioni, delle estasi e delle “rivelazioni private”, poiché esse rischierebbero di allontanare dalla pura fede e di compromettere la semplicità dell’anima, unico vero requisito per intraprendere il cammino mistico».

Detto diversamente: la qualità dell’esperienza mistica non si misura nell’attimo dell’estasi, ma sulla durata di una vita?

«È così. Questa esperienza avviene lontano dal brusio e dalle grida tipici dei fenomeni deliranti, nello spazio del silenzio, dove una Voce ineffabile si fa strada in fondo all’anima e accompagna i passi dell’uomo anche nella vita quotidiana. Detto questo, occorre notare che i fraintendimenti intorno al tema della mistica nascono da un errore metodologico. Nel 1931, in un suo articolo, Jean Baruzi aveva messo in evidenza che se una storia della mistica è possibile, non coincide di certo con la storia della vita interiore di alcuni individui, la quale rimane di per sé inaccessibile; è, piuttosto, la storia del linguaggio che esprime tale vissuto. Se è solamente ai “testi” e non agli “esseri” che possiamo far ricorso, il nostro compito non è quello di giudicare con criteri estrinseci l’esperienza mistica, bensì di interpretare – o anche semplicemente di ascoltare – , le parole dei grandi mistici cristiani, così come degli esponenti delle altre religioni monoteiste».

IN FONDO ALL’ANIMA

Limitandoci al cristianesimo: la dimensione mistica è fatto elitario, oppure ogni essere umano in linea di principio è chiamato a scavare nella propria interiorità per incontrare Dio?

«Fermo restando che un’intuizione diretta dell’essenza divina resta appannaggio di pochi ed è subordinata a un intervento di Dio, i grandi maestri della spiritualità cristiana, da Ugo di Balma a Giovanni della Croce, da Francesco di Sales a Madame Guyon, invitavano ad intraprendere il cosiddetto cammino della perfezione, tradizionalmente suddiviso nella triplice via (“purgativa”, “illuminativa” e “unitiva”) o scandito in più gradini spirituali che dovevano condurre alla contemplazione. Al di là di questi “metodi” spirituali che risultano piuttosto distanti dalla mentalità contemporanea, l’idea di fondo è che nessuno sia realmente escluso dalla dimensione mistica. L’“uomo nobile” di cui parla Meister Eckhart non è un individuo a parte, che godrebbe di un privilegiato rapporto col divino, bensì l’uomo di tutti i giorni che ha imparato a non disperdersi nell’esteriorità, scegliendo piuttosto di rientrare in sé stesso per incontrare l’Altro. La sua nobiltà è attestata dalla presenza in fondo all’anima di una “scintilla divina”, o di un “cristallo” che viene attraversato dalla luce multicolore della Divinità. Da questo punto di vista, affermare che Dio irrompe nell’anima è un modo improprio di descrivere l’unione mistica, perché Dio è già da sempre presente, basta far brillare la sua presenza dentro di noi».

L’uomo interiore che ha ritrovato le sue origini divine non è però autorizzato a fuggire dal mondo: la sua non è una variazione spirituale sul tema del “turista a vita” di una nota lotteria istantanea.

«No, evidentemente. Lo testimoniano i grandi mistici del passato, come Teresa d’Avila o Pierre de Bérulle, i quali, lungi dall’essere dei meri contemplativi, erano attivamente impegnati come riformatori e fondatori di congregazioni religiose. Ma voglio evocare una figura più recente e forse più vicina alla sensibilità odierna, ossia il segretario dell’Onu Dag Hammarskjöld (1905-1961). In un suo diario di rara bellezza, egli scriveva: “Conoscerai la vita, e ne sarai riconosciuto, nella misura della tua trasparenza, cioè della tua capacità di svanire come fine e restare semplice mezzo”».

PERDERSI E RITROVARSI

Una riscoperta seria della dimensione mistica non potrebbe essere d’aiuto, oggi, nel tentativo di riconciliare l’esperienza religiosa e la “dottrina ecclesiale”? Di ridare rigore alla prima, e un senso vitale alla seconda?

«In effetti, nella misura in cui la mistica realizza una sintesi compiuta (e vissuta) di esperienza spirituale e dottrina teologica, sembrerebbe poter offrire una soluzione al problema che lei segnala. È vero, oggi l’esperienza religiosa appare sempre più ripiegata su stessa, in un’imprecisata “intimità”, lontana dalle formulazioni dogmatiche, che appaiono astratte, quasi fossero assunti teorici senza alcun rapporto con l’esistenza reale dell’uomo credente. Al contrario, nella mistica il dogma e l’esperienza religiosa dialogano incessantemente e si rafforzano a vicenda. Si tratta di non fermarsi alla lettera, ma di incarnare il Logos, affinché risuoni in noi. Mi vengono in mente i versi conclusivi del Pellegrino cherubico di Angelus Silesius (1624-1677): “Amico, basta oramai. Se vuoi leggere ancora, va’ e diventa tu stesso la Scrittura e l’essenza”».

Nel mondo attuale, noi non siamo tutti potenzialmente nella condizione di un enfant perdu, di un “bambino smarrito”, come diceva di sé un famoso autore spirituale del Seicento, Jean-Joseph Surin? Da un lato, l’appartenenza religiosa non ha più il carattere obbligante di un’evidenza sociale; dall’altro, facciamo collettivamente esperienza di un “vuoto radicale”, che – forse – ha dei tratti comuni con lo “spaesamento” descritto da molti mistici.

«Come ricordava un grande storico della spiritualità, il gesuita Michel de Certeau, la letteratura mistica propone appunto dei sentieri per chi desidera “perdersi”. Ma nella mistica ci si perde per ritrovarsi, uguali e cambiati rispetto al punto di partenza. Proprio ciò che disorienta, orienta verso la verità. L’uomo quindi non deve semplicemente annullarsi nel vuoto che lo circonda, bensì è chiamato a realizzarsi in modo più radicale, riscoprendo nell’Altro la sua vera identità. Quanto a Dio, come ricordava Olier ne L’anima cristallina, Egli occupa il vuoto. Nel mondo, in questo “paese straniero” (per citare ancora un’espressione di Surin), Dio è ovunque e da nessuna parte, è immanente e trascendente; o ancora,  come dicevano le beghine del medioevo, Dio è il Loin-Près (il “Lontano-Vicino”) rispetto all’anima umana».

PER APPROFONDIRE

Jean-Jacques Olier, L’ anima cristallina. Le perfezioni divine che sono in noi, a cura di Mariel Mazzocco, Edizioni Messaggero Padova, pp. 304, euro 30.

Michel De Certeau, Fabula mistica. XVI-XVII secolo, a cura di Silvano Facioni, Jaca Book, pagine 369, euro 3.

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