#Omelia 5

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È domenica sera, piove e nell’aria già si respira l’arrivo imminente del giorno più odiato della settimana.  Entro nella chiesa di Presezzo, forse con troppo anticipo, e non mi meraviglio di trovarla quasi deserta, se non per pochi anziani e per il piccolo coro ai piedi dell’altare. Bene, penso, avrei dovuto bermi un caffè prima. Come si giudica troppo in fretta. Nel giro di pochi minuti tutti i posti liberi sono velocemente occupati e da qui è una sequenza di sorprese: la presenza numerosissima di ragazzi e bambini; don Giacomo che introduce la giornata del Seminario; ed infine la presenza di Diego, un giovane diacono che prenderà messa a breve. A lui, l’arduo incarico dell’omelia.

«Mi ci sono messo dentro così tanto che alla fine non riuscivo più a distinguere tra il sacerdote e l’uomo». Comincia con una citazione Diego, utilizzando le parole di  don Sergio Colombo, recentemente scomparso, la voce a tratti tremante e incerta, che si perde nel ricordo del suo maestro. Parte da queste poche righe per parlare del motivo per cui si trova lì, il seminario. Diego subito smonta un mito, rivolgendosi ai ragazzi seduti nelle prime file: “Si dice che non ci siano più le vocazioni, che il seminario è quasi vuoto e i giovani snobbano le vocazioni. Non è vero» precisa, spiegando come le diverse scelte di vita siano delle vocazioni anch’esse. «Essere moglie, marito, studente, un lavoratore, medico. La parola vocazione non è esclusiva, ma abbraccia una gamma più vasta, che comprende una vita dedicata al prossimo». Cosa significa seguire la propria vocazione, esattamente? Significa essere e non semplicemente fare. Non si fa il prete, spiega, ma si è prete. C’è una grande differenza.

Diego a questo punto tocca il Vangelo, velocemente, gli dedica pochi minuti, eppure lo piazza proprio nel cuore della sua omelia. «Matteo racconta come Gesù non sia venuto ad annullare la legge, anzi, spiega a uno a uno i dieci comandamenti.  Eppure ora Gesù è esigente. Non chiede semplicemente di rispettare la legge, di farla quindi, ma di essere: di viverla fino in fondo, in tutti gli aspetti, mettendo al centro prima Gesù, e poi facendo ruotare intorno a Lui il resto».

Diego torna a parlare delle vocazioni e della sua imminente consacrazione sacerdotale, raccontando forse troppo scolasticamente le caratteristiche dei diaconi. Poi si riallaccia al tema della sua omelia, con più determinazione. «Non si può solo fare il prete, non basta, nemmeno dovessi celebrare 24 messe al giorno! Il mio proposito è di seguire le parole di don Sergio – scandisce – di essere prete fino in fondo, arrivando a non distinguere più tra il mio essere uomo e il mio essere sacerdote: una cosa sola, in una forma indistinta».

Prima di chiudere ripete la citazione per ben due volte, lentamente. Non per lui, che già ha fatto sua, ma per imprimerle bene nella nostra mente: essere e non fare. E la Messa riprende, accompagnata dalle chitarre e la voce dolce della cantante. Le meraviglie della domenica.

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