Europa nostro futuro

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«La questione non è tra l’indipendenza e l’unità, è fra l’esistere uniti o lo scomparire». Questa frase, a proposito dei destini dell’Europa, pronunciata da Luigi Einaudi nel 1954, mi è risuonata più volte in testa nei giorni scorsi quando ho guidato a Strasburgo un centinaio di studenti di diverse scuole bergamasche. Ospiti del Parlamento Europeo, dopo l’incontro con un funzionario, abbiamo potuto assistere, dalla tribuna riservata al pubblico, ad una seduta. Un’occasione unica, soprattutto per i molti ragazzi che il prossimo 25 maggio voteranno per il rinnovo del Parlamento Europeo e l’elezione dei nuovi 73 deputati italiani. Un’occasione preziosa per rompere lo scandaloso silenzio nel quale queste elezioni stanno scivolando. Intanto cresce la sfiducia nelle istituzioni europee e, nel bel mezzo della crisi che abbraccia tutte le nazioni del vecchio continente, dilagano vari populismi e insorgono, da molte parti, rigurgiti identitari nazionalistici.

 DALLE MACERIE DELLA GUERRA IL SOGNO DELL’EUROPA

Prima di giungere a Strasburgo, abbiamo fatto sosta a Monaco di Baviera. E’ sempre emozionante fermarmi davanti all’Università e vedere, incastonati per terra, i volantini, oggi di ceramica, del movimento della Rosa Bianca. Ragazzi di diverse fedi cristiane (evangelica, cattolica, ortodossa) che di fronte alla seduzione del Verführer (il seduttore, come Dietrich Bonhoeffer chiamava Adolf Hitler) ebbero il coraggio di scrivere sei volantini che poi, in modo avventuroso, distribuivano alla popolazione tedesca. Nel quinto volantino cosi scrivevano: «Oggi, solo un sano ordinamento federalista può dare ancora nuova vita all’Europa indebolita. (..) Libertà di parola, libertà di religione, difesa del singolo cittadino dall’arbitrio della violenza di Stati criminali: questi sono i fondamenti della nuova Europa». Quei ragazzi, la gran parte ghigliottinati dopo un processo farsa, seppero intravedere, con lucidità, il sogno dell’Europa dentro le macerie della guerra. Politici e intellettuali di spessore (da Adenauer a De Gasperi, da Schuman a Monnet fino ad Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi) riuscirono attraverso un percorso segnato dal metodo del funzionalismo (l’integrazione attraverso il graduale trasferimento di compiti e funzioni in settori ben determinati a istituzioni indipendenti dagli Stati, capaci di gestire in modo autonomo le risorse comuni) ad avviare la più grande unificazione politica della storia.

 UN’ORIGINALE RIVOLUZIONE NON VIOLENTA

Oggi l’Europa dell’Unione è più grande dell’Europa dell’impero romano, dell’Europa carolingia e dell’Europa di Napoleone. E per la prima volta, al contrario delle altre, questa unificazione viene fatta con mezzi pacifici. Una rivoluzione nonviolenta senza precedenti: mai era avvenuto, nel corso della storia, che Stati cedessero, volontariamente, pezzi consistenti della propria sovranità. Un esperimento che, non a caso, è stato premiato con l’assegnazione nel 2012 del Premio Nobel per la pace. «Durante gli anni della guerra, il comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il riconoscimento a persone che hanno lavorato per la riconciliazione tra Germania e Francia» è scritto nelle motivazioni dell’assegnazione «Oggi un conflitto tra Berlino e Parigi è impensabile. Ciò dimostra come, attraverso sforzi ben mirati e la costruzione di una fiducia reciproca, nemici storici possano divenire partner». Citando l’entrata nell’unione, negli Anni ’80, di Grecia, Spagna e Portogallo e la Caduta del Muro di Berlino il testo ricorda come tutto ciò abbia reso possibile l’ingresso a numerosi Paesi dell’Europa centrale e orientale, aprendo una nuova era nella storia d’Europa. E la fine delle divisioni tra Est e Ovest. «L’Ue sta affrontando una difficile crisi economica e forti tensioni sociali» si legge ancora. «Il Comitato per il Nobel vuole concentrarsi su quello che considera il più importante risultato dell’Unione Europea: l’impegno coronato da successo per la pace, la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani».

 DALL’ESPERIMENTO AL PROGETTO

Certo, il percorso è accidentato e non privo di pericoli. Eppure la strada è segnata. E da questa non si torna indietro. Nell’inarrestabile processo di globalizzazione, trovandosi a competere con potenze di dimensione continentale, le singole nazioni europee potranno restare in gioco solo se riusciranno a mantenere e implementare una dimensione comunitaria. Già oggi 83% (avete letto bene: l’ottantatre per cento!) dei lavori del nostro Parlamento consiste nella ricezione dei Regolamenti e delle Direttive provenienti dal Parlamento Europeo.

Al di là delle speciose critiche alla moneta unica (riuscite ad immaginare come avremmo attraversato la crisi attuale con la vecchia lira?), occorre procedere più celermente verso l’unione politica rendendo anche più flessibili quei vincoli che impediscono il rilancio dello sviluppo. L’Unione non può reggere l’urto delle sfide se non si fonda su maggiore unità politica e solidale.

In ogni caso, è bene ricordarlo, a seguito dell’adesione della Croazia all’UE nel luglio 2013, i 751 deputati del Parlamento Europeo che saranno eletti il prossimo maggio rappresenteranno oltre 500 milioni di cittadini di 28 Stati membri.

In un momento in cui l’Unione cerca di superare la crisi economica e i leader europei riflettono su quale direzione prendere in futuro, queste sono, a oggi, le elezioni europee più importanti. Oltre a consentire agli elettori di esprimere un giudizio sugli sforzi dei leader dell’Unione Europa per affrontare la crisi dell’eurozona, e dare voce alle loro opinioni sul progetto di una più stretta integrazione economica e politica, sono anche le prime elezioni da quando, nel 2009, il trattato di Lisbona ha conferito al Parlamento europeo una serie di nuovi e importanti poteri. Una delle principali novità introdotte dal trattato consiste nel fatto che, quando gli Stati Membri dell’UE nomineranno il candidato a presidente della Commissione europea, che succederà a José Manuel Barroso nell’autunno 2014, per la prima volta dovranno tenere conto dei risultati delle elezioni europee. Il nuovo Parlamento dovrà poi, riprendendo le parole del trattato, “eleggere” il presidente della Commissione. Ciò significa che gli elettori avranno voce in capitolo su chi subentrerà alla guida dell’esecutivo dell’UE. La nuova maggioranza politica che emergerà dalle elezioni, inoltre, contribuirà a formulare la legislazione europea per i prossimi cinque anni in settori che spaziano dal mercato unico alle libertà civili. Il Parlamento, unica istituzione europea eletta a suffragio diretto, è oggi uno dei cardini del sistema decisionale europeo e contribuisce all’elaborazione di quasi tutte le leggi dell’UE in parità con i governi nazionali.

 PARLARNE DI PIÙ

Insomma, sarebbe bello parlarne un po’ di più. Anche nelle nostre comunità cristiane. Come ha scritto recentemente Luigino Bruni: «Sono state alcune parole grandi democrazia, pace, libertà, diritti che ci hanno consentito di trasformare le macerie fratricide della guerra in quel progetto e sogno dell’Europa che oggi fa scendere i giovani ucraini nelle piazze, invocandola e cantandola». Oggi servono parole nuove capaci di dare vita a nuovi progetti collettivi, sogni comuni, felicità pubblica, altrimenti non saremo neanche capaci di custodire quelle grandi parole e conquiste delle generazioni passate. Non servono né provincialismo né populismo. Forse portano voti. Certo non il futuro.

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