Il mendicante

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Sul ciglio della strada scorgo un uomo seduto, da lontano noto che porta una giacca pesante e una berretta, scuri. A volte si dondola in avanti con le mani giunte, che modo insolito di pregare… Mi avvicino, il viale per la stazione è molto trafficato, sono quasi le nove del mattino. Un brusio di auto e motorini mi circonda mentre attraverso il fiume di persone che gli scorre davanti ritrovando la sua figura.
Penso a come prenderà il mio interesse nei suoi confronti, le persone sembrano tanti piccoli soldatini diretti ai propri compiti, ed anche io devo sembrare così agli ambulanti della città, quando spesso li sfuggo per per un istintivo fastidio. La strada è spesso un intramezzo tra noi e il nostro obiettivo, e diciamocelo, spesso non ci va di allungare la pausa per donare compassione e tempo a chi sappiamo di non poter veramente aiutare. Questa sensazione si traduce razionalmente nel dribbling, necessario a evitare l’incomodo della consapevolezza della nostra impotenza. Ma questa volta avevo intenzione di osare, di tentare il salto e filtrare me stessa attraverso il muro tra me e il più povero, tra me e la strada, tra la mia fortuna e il disagio degli ultimi.
E poi il richiamo era forte: barba grigio bianca, folte sopracciglia, nelle mani un cappello con la visiera che conteneva qualche spicciolo, lo stereotipo esemplare del “barbone”, “quello che chiede l’elemosina”, magari un “senza tetto”, un “emarginato”, un “deviante” e chi più ne ha più ne metta. Quello che rappresenta la parte della società civile di cui non si va fieri, il capro espiatorio delle nostre paure, il pungolo del “cosa ci aspetta se non ci impegniamo, se non lavoriamo sodo, se non…”.
Lui si china e si rialza, il capo e tutto il corpo, le mani giunte… Su, giù, un passante dopo l’altro.
– Buongiorno, come va? – Provo a salutare. Mi risponde con una mezza invettiva.
Di certo non sono a conoscenza del comportamento che gli riservano le altre persone:
– Non sai che è successo ieri, un ragazzo mi ha buttato le ceneri nel cappello e ci ha sputato dentro, ma mi ricordo il volto, se lo ritrovo chiamo la scuola e i suoi genitori… per non parlare dei preti, ti buttano dentro i centesimi, sai quelli rossi…-.
Iniziamo a chiacchierare da questo spunto, ogni giorno si posiziona lì per tutta la mattina, dice: – Io sto facendo uno studio, potrei fare a meno di farlo, ma voglio vedere fino a che punto arriva la gente, quando dicono a me: – Non ci sono soldi – non ci credo, queste macchine non vanno a acqua-.
È pieno di acciacchi ma ha deciso di non curarsi, e parlando mi accorgo che gli mancano un po’ di denti, soprattutto dell’arcata inferiore, ma spiega:
– Non assumo farmaci perché non mi fido della medicina. Io seguo i consigli dei lama, ma anche quelli di mia mamma: dottori, farmacie, avvocati, e giustizia sono tutti corrotti-.
E così è buddista, penso, ci avevo visto bene, prima forse stava proprio pregando…Si alza perché deve far riposare la gamba sinistra:
-E’ difficile il buddismo che pratico io, è quello tibetano, lo studio da tempo, ma non posso dirti molto, sono un discepolo, se vuoi sapere qualcosa chiedi ai lama- e aggiunge: -Io non sto pregando, questa è venerazione, io me lo immagino là (Buddha), e continuo-.
Quest’uomo trasandato, sofferente ma sereno ha 58 anni, e come l’eroe di un romanzo ha dovuto affrontare mille peripezie per decidersi a fare questa scelta di vita.
– Il Risvegliato aveva capito tutto, il nocciolo della questione è la sofferenza, e ne esistono quattro tipi: nascita, malattia, vecchiezza e morte.-
Mi racconta che la sua unica figlia con cui viveva è morta 9 anni fa. Da quel giorno è stato difficile vivere da solo, senza trovare un lavoro. Si è rivolto ai servizi sociali, ma alla fine gli hanno detto che «sarebbe stato più semplice farsi credere pazzo per avere un sostegno economico mensile». Non ha voluto ed eccolo qui.
– Davanti alla Gavazzeni a volte facevo 100 euro al giorno, per un po’ sono stato lì, è un paio di anni che sono in strada, vivo da una mia amica buddista, ma non mi arrendo.-
Si è anche scontrato coi personaggi più disparati, districandosi tra le maledizioni di zingari e tossici.
– Cerco di vivere giorno per giorno compiendo atti morali e seguendo gli insegnamenti del buddismo. Faccio fatica, ma è l’unica via che mi resta.-

Dobbiamo salutarci e allora gli parlo di questo articolo, gli chiedo se posso scrivere della sua esperienza e scattare alcune foto. E’ d’accordo, si toglie la berretta e si pettina i capelli con le mani, mentre finiamo di chiacchierare. Un ultimo invito reciproco a non arrendersi mai e ci guardiamo negli occhi. Ribadisce con un sorriso: -Buona ricerca- e mi rendo conto che ha scelto la parola giusta.
Questo incontro è un pezzo in più nel puzzle della fede che la mia vita sta componendo, esperienza dopo esperienza… Potrei dire che la fede è il modo in cui vivo, e così, di qualsiasi fede si tratti, comprendo che è ciò che ci permette di trasformarci in ciò che siamo, o in chi vorremmo essere, e di portare avanti questa continua ricerca con rinnovato coraggio e determinazione, quelli che non ho potuto fare a meno di trovare in quest’uomo, il “mendicante illuminato”.

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