Pregare

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Cara suor Chiara, parlami della preghiera. La mia preghiera è molto povera, stiracchiata fra una levata pesantissima, il lavoro che mi aspetta, le preoccupazioni che mi assediano. La mia preghiera è sempre un intermezzo fugace. Tanto che, spesso, mi dico: non sarebbe meglio prendere atto e non pregare più ? Grazie dei tuoi consigli.

Lorenzo

Parlare della preghiera è entrare nel mistero di un dono che viene dall’alto, caro Lorenzo. Pensiamo e crediamo che essa sia frutto della nostra buona volontà, del nostro impegno o di tecniche da acquisire pazientemente. In realtà è risposta a un anelito del cuore, al desiderio di Dio che ci abita e che il salmista esprime con parole stupende: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco. Di te ha sete l’anima mia. A te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz’acqua». La preghiera è risposta a questo desiderio che Dio ha posto nei nostri cuori, a questo bisogno di relazione con Lui: Lui che è più intimo a noi, di noi stessi.

Pregare è entrare in questo rapporto con Dio in Gesù Cristo, è ricerca accorata del suo volto. Allora la preghiera può essere dappertutto. Ha bisogno di spazi, di tempi e di forme, ma anche li trascende. Si situa nella consapevolezza di essere abitati da una presenza; necessita di un clima che la generi e la custodisca, ma supera anche tutto questo. Vive e si nutre nella fede di una relazione, di una presenza con il Signore Gesù, con la sua parola e i sacramenti. Diventa consegna fiduciosa nelle mani del Padre della propria condizione di figli segnati dalla fragilità, dalla povertà, dal peccato, dai molteplici problemi e sofferenze presenti nella vita quotidiana. Si fa ringraziamento per i benefici ricevuti, per la provvidenza che accompagna lo scorrere del tempo. Assume la forma della supplica, del grido, della lode, dell’intercessione

La relazione ha il contenuto dell’incarnazione, della terra che si abita, del proprio vissuto di figli che sanno di avere un Padre che accompagna e protegge. Come ogni rapporto custodisce nel cuore la memoria dell’altro, nell’arco della giornata, e l’approfondisce negli spazi di intimità, così è della preghiera: vive in sua memoria la fedeltà al proprio quotidiano alimentandolo negli spazi fugaci che la vita permette. Occorre essere fedeli a questi spazi e tempi che diventano il luogo della consegna, della rielaborazione e dell’interiorizzazione. Nulla si oppone alla preghiera: non la debolezza, la povertà, l’ignoranza, la stanchezza o il peccato, ma solo la nostra incredulità. Il cammino della preghiera è lungo come la vita, perché è il cammino della fede, dell’uomo credente che riconosce la propria distanza e insufficienza, ma sa ricominciare con pazienza, ogni giorno, perché si riconosce pellegrino e cercatore del volto di Dio. Volto che sarà svelato per sempre nell’eternità.

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