Le donne di Saracasa

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Il nostro dossier continua oggi raccontando la vita di Saracasa: un progetto della Caritas diocesana. La crisi morde e si mangia la vita: perciò questa grande villa di Monterosso, in passato destinata all’accoglienza di donne sfuggite alla tratta della prostituzione, oggi accoglie donne e bambini che non hanno più una casa perché sono sono stati sfrattati. Molti mariti e papà di queste famiglie lavoravano nel settore edilizio e a quarant’anni sono “usciti dal sistema produttivo”.

La bellissima villa settecentesca di Monterosso, lasciata in eredità da Padre Aldo, frate Francescano, è sede da qualche anno del centro di accoglienza femminile “Saracasa”, un progetto della Caritas di Bergamo.
«Saracasa si muove in continuità con quell’attenzione verso gli ultimi, i poveri, i dimenticati, che distingue da sempre la Caritas» mi spiega Don Claudio Visconti, responsabile della Caritas, introducendomi il progetto. «Vengono accolte un massimo di 30 persone, tra donne e bambini, che sono state sfrattate dalle loro case e i cui mariti e compagni hanno perso il proprio lavoro a causa della crisi economica.» Nata inizialmente come una comunità d’accoglienza, ora il progetto ha preso la forma di una vera housing sociale. Sono presenti alloggi indipendenti, dove risiedono le famiglie seguite dalle educatrici e dagli operatori. «Se vuoi conoscere di più – continua don Claudio -, è meglio che tu parli con un’operatrice, che può spiegarti meglio.»
Mi mette in contatto con Milena, responsabile della casa, che da più di 10 anni lavora al progetto. «È come vivere in un condominio solidale – descrive Milena: si condividono le pulizie, le cene, ci sono incontri settimanali con tutte le donne, in cui ci si scambia le proprie impressioni e ci si racconta un po’ come va.»
Ad oggi sono presenti 7 nuclei famigliari con 20 persone in totale. I bambini, forse i più colpiti da queste difficoltà, spaziano in tutte le fasce d’età: da quelli non ancora nati fino ai 14 anni. «Non accogliamo casi di problemi genitoriali o che coinvolgono dipendenze da stupefacenti, alcool o altro –spiega Milena, ma donne che si trovano in una situazione di precarietà alloggiativa. A volte arrivano donne che hanno subito violenza famigliare, oppure rifugiati in cerca di asilo politico: in questo caso, dopo un periodo di osservazione, vengono valutate misure specifiche. Io lavoro dal 2003 a Saracasa e fino al 2006 accoglievamo donne che avevano subito la prostituzione o la tratta; ora invece, con la creazione di più centri sul territorio con compiti diversi, ci siamo concentrati sul problema della povertà.»
Milena specifica come le famiglie ospitate siano prima segnalate dal comune di residenza, supportato dai servizi sociali del territorio. Il comune è tenuto a pagare una quota d’alloggio, perché nell’aiuto e nel recupero delle famiglie tutti devono contribuire. Le famiglie provengono sia dalla provincia di Bergamo sia da fuori e negli ultimi anni sono stati registrati notevoli cambiamenti nei dati di accoglienza. Il bilancio dell’anno scorso è significativo: mostrava come tutti i bambini fossero nati sul suolo italiano e il 90% fosse di Bergamo. Non solo stranieri, quindi, ma anche italiani: è la conseguenza della crisi, che colpisce tutti, indistintamente. «Tante donne che ospitiamo ora sono mogli di uomini che lavoravano nel settore edile di Bergamo, papà di quarant’anni che hanno perso il proprio posto e non sono riusciti a trovare altro – racconta Milena. A quell’età non è facile, si è tagliati fuori dal mondo lavorativo».
Punto centrale di Saracasa è ripartire. «Qui non è un parcheggio. Qui riprendi fiato e poi riparti». È questa la frase che Milena rivolge alle famiglie che accoglie. Perché Saracasa infatti, non è una collocazione permanente, ma momentanea: esattamente il tempo utile per ripartire e può durare da 6 mesi a un anno. Ogni ospite ha una propria educatrice che la segue passo passo. Il primo periodo è di osservazione che serve a individuare le necessità principali; da qui si costruisce un progetto personale e specifico per ritrovare la propria autonomia. È importante portare i bambini e le donne all’inserimento nella realtà esterna, riprendendo i contatti con la società e costruendo una rete: le donne attraverso la ricerca di un lavoro, i bambini invece grazie a progetti e iniziative del territorio, come l’aiuto compiti nelle proprie scuole e il CRE di Monterosso.
Il lavoro di Milena non è semplice. Le chiedo di descrivermi che cosa incontra ogni giorno. «Lavorare nel sociale è complicato –risponde. Incontro persone che sentono di dover recuperare la propria dignità perché quando si perde il lavoro e la casa, tutto precipita. Sono molto fragili, vulnerabili. Si cerca di trovare una strategia personale per ogni persona, non c’è una ricetta che va bene per tutti.» I primi periodi buttano fuori questa frustrazione, manifestando la loro solitudine anche di fronte alla società, a volte indifferente a queste sofferenze. Hanno alcuni mesi per ricominciare, ma non è facile: ci sono donne molto forti, altre invece fanno più fatica. «A volte – continua Milena, spingiamo le famiglie a tornare al proprio paese nativo: perché può capitare che qui non ci sia nulla per loro, la società non può offrire nulla.» È la crisi che si mangia la vita.
«La nostra villa è bellissima, ha più di 2000 metri quadri al coperto e non deve essere sprecata – conclude Milena. Grazie a dei fondi è stata ristrutturata. Non avrebbe senso non utilizzare uno spazio così grande. Se vuoi, puoi venire a trovarci, qui siamo sempre aperti».

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