Thailandia

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I primi missionari del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) sono arrivati in Thailandia nel 1972, qualche anno dopo l’espulsione da parte del governo totalitarista Birmano dei missionari che lavorano nella vicina Birmania, l’attuale Myanmar.
Da allora sono impegnati nel loro lavoro missionario sia nella capitale Bangkok, sia tra le popolazioni tribali del Nord del Paese. A Nord, nella provincia di Chiang Rai, a circa un’ora di distanza dal Myanmar, si trova la Missione di Mae Suay, che letteralmente significa «Mamma Bella». Lì, dall’aprile del 2009, vive e collabora Rosangela Lazzari, originaria di Seriate, come volontaria laica dell’Associazione Laici Pime: «Ho sempre lavorato come volontaria – racconta -: quest’anno festeggio trent’anni nella croce rossa. Poi ho conosciuto la realtà del Pime e per undici anni durante le ferie sono andata in Thailandia, fino a quando mi hanno chiesto di restare e da lì è iniziata la mia collaborazione». Alla missione Rosangela collabora a tre diversi progetti: al progetto “ABU”, rivolto al sostegno delle donne e ai malati in generale che vivono nei villaggi; al progetto “Datore di vita”, a sostegno dei bambini disabili, di cui cinque sono attualmente ospitati presso la missione e frequentano regolarmente la scuola mentre altri venti bambini sono seguiti e vivono in famiglia ed infine al progetto “Spirito Consolatore”, a sostegno dei malati e disabili di etnia Thay  – essi costituiscono circa il 75% della popolazione thailandese – e di religione buddista che vivono nella valle di Mae Suay, in collaborazione con le suore Camilliane. In Thailandia sono inoltre presenti sei “Tribù dei monti”, così chiamate perché amano insediarsi sulle pendici delle colline coltivandole: Kariani, Mong, Yao, Akha, Lahu, e Lisu. Si tratta di tribù che vivono in modo itinerante e non appartenendo di fatto a nessuna nazione: i loro membri sono privi di documenti di identità e di diritti civili e facilmente sono sfruttati e messi ai margini della società. La maggioranza della gente cattolica della Missione di Mae Suay è di etnia Akha o Lahu.
«Conoscevo già la missione e le persone – continua Rosangela -, ma un conto è passarci un mese all’anno, un altro viverci. Non è stato semplice: la missione è abbastanza isolata, si trova a un’ora di macchina dalla città, ma non ho sofferto troppo la distanza dai miei cari grazie alla tecnologia. Le difficoltà maggiori sono state più di tipo culturale: qui sono molto più calmi e più tranquilli e per me che sono una persona che deve sempre programmare tutto, non è stato semplice adeguarmi ai loro ritmi».
Il primo anno Rosangela l’ha trascorso a Chiang Mai, per studiare il thailandese: «Mi ha aiutata molto a capire cosa provano i migranti che si trasferiscono da noi, il senso di solitudine. In città infatti vivevo da sola, perché dovevo imparare a cavarmela autonomamente utilizzando la lingua che stavo studiando». Difficile scegliere, in tutti questi anni, quale è stato uno dei attimi che le hanno dato più gioia: «Uno dei momenti che mi ha toccato di più è stato quando una bambina che non camminava a causa di una malformazione degli arti inferiori mi è venuta incontro sorridendo perché riusciva a camminare da sola sulle stampelle. Sono emozioni che compensano tutte le difficoltà e le paure vissute in questi anni». O quando le signore anziane dei villaggi, che passa a trovare regolarmente, se salta una visita le chiedono subito come sta e dove è stata. La collaborazione di Rosangela non si ferma qui: da giugno si trasferirà presso la Missione di Nothamburi, vicino a Bangkok, dove lavorerà in collaborazione con le suore Saveriane in un nuovo progetto legato ai malati e disabili che vivono nei cosiddetti “slum”, le baraccopoli, proseguendo nella gestione amministrativa dei vari progetti del Pime in Thailandia.

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