Riportateci le nostre ragazze – #BringBackOurGirls

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Sono almeno un centinaio, tutte sedute a gambe incrociate sulla terra arida e polverosa di una zona desertica non meglio identificabile. Sono in quella stagione della vita – la più bella, nel ricordo grato di ciascuna di noi – in cui si dovrebbe fiorire. E invece il verbo che qualcun altro sta declinando per loro, e a cui non hanno alcun modo per opporsi, è mortificare. Ragazze violentate nella loro dignità di donne, solo in quanto donne, rapite perché giudicate colpevoli dell’aggravante più pericolosa, per chi vuole introdurre la “sharìa” nel Paese: studiare, darsi un’istruzione per poter poi prendere in mano il proprio futuro.
Avvolte in un lungo abito grigio con il velo, rese forzatamente anonime dalla immane tragedia, dal loro sguardo trapela lo sgomento e il terrore. Hanno le mani incrociate mentre eseguono il copione di una preghiera cantata, e il loro sguardo non riesce a guardare un punto fisso, a sostenere lo sguardo dell’operatore che le riprende. Diciassette minuti: tanto dura l’ultimo video – il secondo, dopo quello dove il loro leader minacciava di volerle “vendere al mercato, come vuole la legge di Allah” – in cui Abubakar Shekau propone uno scambio di prigionieri per il loro rilascio. “Sono state convertite all’Islam”, assicura commentando unilateralmente le immagini che scorrono.
Orrore. Ripugnanza. Indignazione. Sono questi i sentimenti di cui ognuno di noi dovrebbe farsi portavoce, ciascuno per la sua parte, vedendo le immagini e le foto delle ragazze rapite un mese fa in un collegio femminile nel Nord della Nigeria. Erano circa 300, una cinquantina di loro sono riuscite a fuggire: “Avremmo preferito morire che andare con loro”, hanno raccontato dopo essere sopravvissute alla cattura. Anche la loro vita è cambiata per sempre: non passa giorno già oggi in cui non si chiedano che cosa potrà accadere alle loro “sorelle”, non passerà giorno in cui non dovranno fare i conti con il pensiero di cosa sarebbe accaduto se le parti fossero state invertite.
Orrore. Ripugnanza. Indignazione. Non basta l’ondata mediatica mondiale, pur significativa, che si è diffusa sulla Rete grazie alla campagna #BringBackOurGirls, e che ha annoverato tra i testimonial la first lady Michelle Obama e l’attrice Angelina Jolie. In un passato recente non si è esitato a combattere tutte le guerre del mondo in nome dell’esportazione del modello occidentale di democrazia. Qui è in gioco la vita, e la vita va salvata sempre e comunque. Boko Haram significa “l’educazione occidentale è proibita”, anche se il significato reale di “boko” è falso.
Malala Yousafzai, la giovane attivista pachistana scampata ai talebani, ha 17 anni. E’ stata lei a iniziare la catena mediatica di sensibilizzazione mondiale sul caso delle ragazze rapite in Nigeria. Ci piacerebbe un giorno vedere anche queste ragazze, al Palazzo di Vetro dell’0nu, indossare lo scialle che era stato di Benazhir Bhutto per ricordare al mondo che la penna è più forte della spada. Che i libri possono educare al vero, al bene, al bello. Che il potere delle donne ha la forza di trovare voce anche nel silenzio. Perché “se uno ha imparato a imparare, questo gli rimane per sempre”. Parola di Papa Francesco.
ragazzerapitemichelle

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