Apre la chiesa del nuovo ospedale: una carezza di luce

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Può sembrare azzardato usare uno slogan come «Una carezza nel tempo della sofferenza» per accompagnare l’inaugurazione della nuova chiesa dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, che ora si presenta alla città (mercoledì 25 alle 17 con un convegno a inviti, da giovedì con visite guidate gratuite). Eppure non lo è, e non è nemmeno, come qualcuno potrebbe pensare, solo un richiamo “facile” alla celebre carezza che il Papa invitò a fare ai bambini nel suo discorso della luna.
Questo “parallelepipedo” sorto su un’area di circa 2.750 metri quadrati – frutto di un lavoro di squadra che ha unito diversi soggetti del territorio in un cammino lungo e complesso – ci appare infatti come qualcosa di speciale, innovativo, e se vogliamo anche un po’ rivoluzionario. «Non è facile – sottolinea don Giuliano Zanchi, segretario generale della Fondazione Bernareggi – il dialogo tra l’architettura contemporanea e le nuove esigenze liturgiche. Sono quasi cinquant’anni che si costruiscono quasi cento nuove chiese all’anno in Italia, e poche di queste hanno lasciato davvero il segno, offrendo un risultato persuasivo e convincente. Intorno a questo tema è nata una disciplina e un ricco filone di studi».

ARMONIE D’ARTE E LITURGIA

In questo contesto, la chiesa del nuovo ospedale è un raro esempio di un connubio riuscito: «Gli architetti – prosegue don Giuliano – sono stati capaci di integrare la struttura con l’aspetto artistico. Un risultato direi unico. Normalmente infatti l’architetto nel momento in cui progetta una chiesa ritiene che già la forma sia l’opera d’arte. E questo produce strutture algide che non integrano bene gli aspetti liturgici. Qui invece questo succede: le opere d’arte non sono ospitate in un involucro ad esse indipendente ma ne sono parte costitutiva, a partire dalle pareti, che portano un forte segno iconografico. Questo è accaduto perché agli architetti è stato assegnato anche il ruolo di direttori artistici e la committenza si è fidata di loro, sostenendo le scelte compiute».

Poi, sottolinea ancora don Giuliano, questa chiesa «riesce a riflettere il nostro tempo, la vita cristiana di oggi, e a farla incontrare davvero con l’arte sacra, restituendole il ruolo eloquente, vivo e autentico che aveva in passato». Ancor di più, gli artisti coinvolti sono espressione del territorio: Stefano Arienti, autore del disegno delle pareti, è bergamasco d’adozione, ha insegnato a lungo all’Accademia Carrara di Bergamo e ha influenzato molta dell’arte bergamasca, avviando una “bottega”, di cui Andrea Mastrovito, autore delle vetrate della chiesa, artista giovane ma già di rilievo internazionale, è uno dei frutti.

UN DONO PER LA CITTA’ E UN SEGNO DI SPERANZA

La chiesa è, come ha sottolineato monsignor Giulio Della Vite, segretario generale della curia «un dono alla città, un luogo religioso ma anche di cultura arte e umanità, che offre un segno di speranza e che ricorda papa Giovanni con il suo splendore pacato». Un segno forte arrivato proprio in coincidenza con la canonizzazione.
È il risultato di sei anni e mezzo di lavoro, dalla progettazione alla conclusione. «Il compito affidato al comitato promotore per la chiesa – chiarisce Mario Ratti, che ne è il presidente – è stato quello di realizzare una struttura che unisse il senso profondamente umano e religioso della vicinanza alla sofferenza, del conforto di fronte alla solitudine. Un luogo sobrio e luminoso, di silenzio e di preghiera. Il primo passo è stato individuare un’area adatta allo scopo, e poi cercare le risorse necessarie. È stato creato un collegamento con la Cei e con la Fondazione Banca Popolare di Bergamo, che hanno messo a disposizione l’80% della somma necessaria. Poi si è preso contatto con i progettisti. Il lavoro ha unito valori e competenze». È stato promosso un bando di gara a cui hanno partecipato 17 aziende, e ne è stata individuata una bergamasca che ha iniziato la realizzazione, e poi si è passati a ragionare sulla parte artistica. «È stato un lavoro corale» conclude Ratti.
Questa chiesa ha un profondo valore anche dal punto di vista pastorale, perché manifesta, come ha sottolineato don Fabrizio Rigamonti, direttore dell’ufficio diocesano per i Beni culturali, «che la paternità di Dio, particolarmente vicina agli ammalati, non arretra davanti al dolore del mondo ma lavora per la restituzione di ogni creatura alla sua dignità e bellezza. Stare accanto all’uomo reso fragile dalla malattia è il vero primo gesto di vangelo. La chiesa deve uscire e andare in missione e anche l’ospedale è terra di missione. La comunità cristiana della nostra diocesi, con tutti i suoi limiti, ha tentato di custodire nel tempo questa attenzione». E lo testimonia la lunga storia degli istituti di cura nella città, dagli undici ospedaletti dei borghi nel Medioevo all’ospedale San Marco nel Rinascimento fino al Maggiore e poi al Papa Giovanni XXIII. E don Fabrizio ha ricordato anche quante associazioni, persone, religiosi si siano impegnati (in passato ma anche oggi) intorno a queste strutture.

UN LUOGO DI BELLEZZA, SILENZIO E PREGHIERA

Il nuovo ospedale, come osserva il direttore generale dell’azienda ospedaliera Carlo Nicora, ha puntato sulle nuove tecnologie, sulla specializzazione, sulla tecnologia, ma resta «prima di tutto un luogo in cui vengono ospitate persone malate e quindi con bisogni particolari, un luogo nel quale si pongono proprio per questo in modo più urgente delle domande di senso: il senso della malattia, quello dei limiti della medicina, il senso del dolore e della morte, il mistero della nascita. La presenza della chiesa ci ricorda che queste domande non possono essere eluse e che ci aiutano a fare meglio, altrimenti il malato sarebbe soltanto un oggetto. Questo aspetto può essere condiviso sia dai credenti sia dai non credenti. La chiesa si pone nel solco di una lunga storia, che esprime un temperamento forgiato nella fede, oltre a una generosità che si manifesta nel volontariato». Ci sono infatti oltre 40 associazioni e 600 volontari all’opera nell’ospedale. Carlo Nicora ha messo in evidenza anche i molti parallelisimi tra la storia di San Giovanni XXIII e quella dell’ospedale che gli è stato intitolato: la volontà di rinnovamento, l’impegno ad occuparsi degli altri, l’apertura internazionale. «Una testimonianza dell’affetto per San Giovanni XXIII sono i numerosi segni di devozione deposti davanti alla sua statua posta all’ingesso dell’ospedale. E ora questa chiesa diventerà un segno di bellezza e di speranza per tutti».

ANCHE LA LUCE DIVENTA OPERA D’ARTE

La chiesa si trova all’ingresso dell’ospedale ed è accessibile sia dall’esterno sia da un tunnel sotterraneo collegato ai reparti dell’ospedale: così è garantita la massima accessibilità ai malati, in piena sicurezza. Il progetto è degli stessi architetti che hanno lavorato al resto della struttura: il francese Aymeric Zublena e gli architetti Pippo e Ferdinando Traversi. «Per un architetto – spiega Pippo Traversi – progettando una chiesa è un po’ difficile distinguere i sentimenti dalle forme. L’abbiamo voluta molto semplice, con un interno a una sola navata. Non le abbiamo dato un aspetto scultoreo, abbiamo preferito lavorare attraverso la luce, creando un ambiente che comunicasse serenità e invitasse alla meditazione. All’esterno ci siamo impegnati per ottenere un effetto di leggerezza e linearità. La soluzione che abbiamo trovato, anche per i materiali utilizzati, con l’aiuto dell’Italcementi, si distingue per la morbidezza dei toni e dei colori. Si tratta poi di materiali innovativi anche dal punto di vista dell’impatto ambientale. Abbiamo poi cercato di conservare la ricchezza di messaggi che è tipica della tradizione italiana dell’arte sacra, ma interpretata in chiave contemporanea».
Così Stefano Arienti ha ricostruito sulle pareti un lussureggiante giardino mediterraneo, che incanala lo sguardo verso la decorazione di vetro dell’abside realizzata da Andrea Mastrovito. «Un’opera straordinaria – afferma Treaversi – sia per la dimensione, sia per l’impegno, che affronta la complessità del tema con un materiale che non aveva mai usato, il vetro, ritagliato e “sostenuto” con una tecnica particolare, sulle forme disegnate dall’artista». E c’è poi l’affascinante “Via Crucis” di Ferrario Fréres, ambientata interamente a Bergamo.
«La chiesa sorge accanto all’ospedale – conclude monsignor Giulio Della Vite – ma rimane aperta al territorio. È consegnata alle cure dei frati cappuccini che hanno una lunghissima tradizione, ma fa parte della parrocchia del Villaggio degli sposi, con la quale conserverà un legame stretto».
La Fondazione Banca Popolare di Bergamo e la Fondazione Bernareggi hanno curato anche una preziosa monografia sulla chiesa, confezionato con un progetto grafico di rilievo, che documenta la bella avventura della sua costruzione. Corredata di numerosi contributi critici, è nata per «far circolare il significato culturale di questo progetto». Al convegno di mercoledì saranno presenti anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, e il vescovo di Bergamo Francesco Beschi. La consacrazione è fissata invece per l’11 ottobre, giorno in cui si celebra la memoria liturgica di San Giovanni XXIII e anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II.
I bergamaschi potranno ammirare la nuova chiesa partecipando alle visite guidate gratuite su prenotazione (online sul sito www.congressibergamo.com) da giovedì 26 giugno a domenica 29 giugno dalle 10 alle 12,30 e dalle 14 alle 18,30, a cura delle guide della Fondazione Adriano Bernareggi.
Intanto vi offriamo un assaggio con questo video «Sancto Johannes XXIII» che documenta (in breve) le diverse fasi di realizzazione della chiesa, con la regia di Marco Marcassoli, by Yanzi Srl.

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