La corruzione, figlia di uno Stato nato male

0

Che si possa eliminare definitivamente la corruzione politica e amministrativa dal nostro Paese è una pretesa catara. L’uomo è «un legno storto, da cui non si può trarre nulla di diritto» (Kant). Altrettanto eretico, tuttavia, sarebbe rassegnarsi quietisticamente alla corruzione o peggio assolvere – è stato fatto spesso nei confessionali – il reo, condannandolo a tre poco impegnativi Pater-Ave-Gloria.

SIAMO UN PAESE BALCANICO

In primo luogo, occorre comprendere le cause del fenomeno. Non basta la rabbia. E’ un’emozione facile, che sottoproduce promesse mirabolanti e irrealistiche. La cronaca degli ultimi trent’anni documenta la ricorrenza ciclica di rabbie, promesse di metanoia radicale, esibizioni parlamentari di cappi, “tutti in galera”, moralismo professionale, “mani pulite”, lancio di monetine, ma, alla fine, sconsolatamente “mani nel sacco” e cerchi magici. Rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia viene terza per livelli di corruzione, dopo la Grecia e la Bulgaria, a pari merito con la Romania. Siamo un Paese balcanico! A livello mondiale ci troveremmo, secondo Transparency International, al 72esimo posto per pulizia. Il Ghana è meglio messo di noi!

LA STORIA INSEGNA

Nella corruzione, ciò che viene messo in questione è il rapporto del singolo con la comunità politica. La comunità autentica diviene quella familiare o di clan; viceversa, quella politica, nella forma della dimensione pubblica e statuale, è vissuta soltanto come strumentale. Si tratta di un’applicazione criminale del principio di sussidiarietà. Una comprensione più profonda del fenomeno deve perciò rinviare alla storia della formazione dello spirito pubblico e dello stato. La storia non giustifica, si intende, ma spiega parecchio. Questa pista interpretativa offre, in filigrana, delle soluzioni, di cui nessuna, peraltro, è definitivamente efficace.

In Italia, la storia accadde così: che lo Stato nazionale nacque tardi rispetto ad altri Paesi europei – ma in Germania nacque dieci anni dopo! – e, soprattutto, “ad insaputa” degli Italiani. Il primo Parlamento fu eletto con 170 mila voti validi, su una platea di votanti di poco più di 400 mila. Gli Italiani erano già 22 milioni, di cui l’80% analfabeti. I contadini erano l’85%. La classe dirigente liberal-conservatrice dell’epoca – di cui leader fu Cavour – non avrebbe voluto correre verso l’Unità d’Italia, per ragioni di politica internazionale. L’iniziativa anglo-garibaldina la costrinse a mettersi alla testa degli eventi. Ma nella nuova Italia il distacco tra élites e popolo restava enorme. Una classe dirigente liberale, con scarse capacità di egemonia, ricorse non solo all’esercito per domare sanguinosamente il Sud riluttante all’unificazione piemontese, ma anche alla dura potenza coercitiva dell’amministrazione quotidiana, fatta di leggi, circolari, angherie, carabinieri, carceri.

STATO NEMICO E STATO PERSONA

Lo Stato politico/amministrativo è stato nemico della maggioranza degli italiani. L’abitudine secolare allo Stato-persona – sotto specie di principe, di feudatario, di latifondista, di gabellotto – ha fatto il resto. Gli Italiani, soprattutto nel Centro-Sud, si sono piegati apparentemente allo Stato impersonale dell’amministrazione moderna, cercando di trasformarlo in Stato-persona. Lo Stato-persona non è regolato dalla legge oggettiva, ma dall’arbitrio della persona, che al momento rappresenta l’autorità. L’antropologia storica di gran parte del Paese ha vissuto lo Stato moderno di diritto come Stato-nemico e ha usato tutti i mezzi per aggirarlo, costruendo uno Stato personale dei favori, dei privilegi, delle raccomandazioni, delle scorciatoie, dei clan, delle mafie. Non si può riavvolgere il film. Però si può fare un sequel diverso. Gli attori – cioè gli Italiani – stanno lentamente migliorando, in direzione di una più consapevole etica pubblica. La regia del film esige urgentemente riforme istituzionali ed amministrative, per un verso, e, per l’altro, la continuazione di un’imponente azione educativa da parte di tutti i soggetti civili e religiosi.

Share.

Lascia un commento