Felipe VI: l’incoronazione 2.0 è senza simboli religiosi

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Per Grazia di Dio e per Volontà della Nazione, questa la formula che sentenzia la legittimità del potere di uno su molti, di un potere monarchico che in passato si riteneva derivato direttamente da Dio. Si tratta del diritto divino che impone sul capo del nuove re la corona stessa.

Grande emozione per la proclamazione del nuove Re di Spagna, ma anche un grande stupore per il rito e le formule scelte da Felipe VI. L’eco di un passato lontano fatto di dame e cavalieri unito alla forte istituzionalità del momento: poco sfarzo e nessuna concessione alla tradizionale ritualità dell’incoronazione. E soprattutto nessuna messa, nessun crocifisso, a differenza del padre Juan Carlos che giurò «per Dio e sui Santi Vangeli», solo un cuscino di velluto rosso con la corona, lo scettro della monarchia spagnola e la costituzione democratica del 1978, non quella scritta sotto la dittatura di Francisco Franco.

Perché questa scelta? Forse che la Spagna di oggi sia diversa? Un paese progressista di cui il nuovo re, cattolicissimo, ha deciso di rispettare la laicità. «Presto giuramento di svolgere fedelmente le mie funzioni, osservare e far osservare la Costituzione e le leggi e rispettare i diritti dei cittadini e delle Comunità Autonome», ha detto Felipe ieri. Al bando qualsiasi riferimento religioso in uno Stato oramai da considerare aconfessionale?

Felipe ha ricevuto dal padre Juan Carlos la fascia di capitano generale degli eserciti di aria, terra e mare alla presenza dei comandanti dei tre eserciti, della moglie Letizia, della madre Sofia, delle infante Leonor e Sofia e della sorella Elena. Felipe si è poi spostato in Parlamento per il giuramento laico davanti alle Cortes. Dopo il ‘viva il re’ del presidente del Congresso, Jesus Posada, è risuonato l’inno nazionale ed è partito l’applauso. Felipe ha poi cominciato il suo discorso, sottolineando il suo rispetto per le Camere, “depositarie della sovranità nazionale”. “Ci vuole una monarchia rinnovata per un tempo nuovo”, ha detto, in una Spagna in cui i cittadini possano vivere in pace e tranquillità, in un “quadro di speranza”. “La corona deve essere vicina ai cittadini e guadagnarsi il loro rispetto”, ha aggiunto il nuovo re. Il suo discorso è stato tutto improntato sull’unità nazionale, in un momento in cui forti sono le spinte separatiste nel Paese. “La corona è il simbolo dell’unità della Spagna”, ha detto ancora Felipe, aggiungendo: “Vogliamo una Spagna in cui i cittadini e le loro preoccupazioni siano al centro dell’azione politica. Una Spagna in cui tutti i cittadini abbiano fiducia nelle loro istituzioni”.

Il regno che Juan Carlos lascia al figlio è un regno che vive problemi enormi, le minacce di secessione fanno paura, gli scandali, i presunti figli illegittimi del vecchio monarca, la crisi economica e molti altri pesi ancora.

Forse che per un re prendere possesso del proprio ufficio in assenza di simboli religiosi può essere “la strada” più facile per mirare a una «monarchia rinnovata per un tempo nuovo»? È realismo o mancanza di coraggio? È davvero un modo per rendere più “vicino alla gente” una monarchia? Noi qualche perplessità ce l’abbiamo. Più che un segno di autentica (e in questo senso auspicabile, qualunque sia la propria fede) laicità ci sembra un segno di decadenza di un potere smarrito in cui solo pochi ormai si riconoscono e che fa (tristemente) notizia soprattutto sui giornali di gossip.

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1 commento

  1. Antonello Giua on

    L’articolo induce a qualche considerazione.
    Quando nel 1975 Juan Carlos salì al trono, dopo la morte di Franco, la Spagna aveva un ordinamento nel quale la religione cattolica era la religione dello Stato.
    Nel 1978 la Spagna divenne una monarchia costituzionale, dandosi una Costituzione nella quale si afferma che nessuna religione avrà carattere di religione di Stato.
    Ciò spiega la diversa formula del giuramento reso dal nuovo re Felipe rispetto a quella pronunciata dal re Juan Carlos e l’assenza di riferimenti religiosi nella nuova cerimonia in ossequio alla laicità, come evidenziato nell’articolo.
    Detto questo, che valutazione dare alla laicità dello Stato, carattere ormai comune alla gran parte degli Stati moderni?
    Vi è un concetto di laicità che esclude totalmente la religione, ogni religione, dalla sfera statuale, come avviene in Francia, dove, per esempio, sono proibiti i simboli religiosi nelle scuole pubbliche, compreso l’uso del velo islamico per le donne.
    Vi è invece una concezione di laicità che riconosce alla religione di avere, entro certi ambiti, una rilevanza nella sfera statuale, come in Italia, dove, per esempio, è consentito esporre il crocifisso nei luoghi pubblici, e ciò indipendentemente dal Concordato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano.
    In una importante sentenza della Corte costituzionale italiana del 1989, nella quale viene affermato il principio di laicità dello Stato, si precisa che tale principio implica non indifferenza dello Stato dinanzi alla religione, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, di ogni religione.
    Si tratta quindi di un concezione aperta di laicità, volta a garantire, tutelare e promuovere la religione come un diritto fondamentale della persona umana.

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