Yara: com’è difficile accettare che il male abbia il volto di un papà

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L’opinione pubblica è incredula: come si fa ad accettare che un padre di tre figli abbia commesso un’azione tanto barbara, uccidendo una ragazzina che ha più o meno la stessa età di uno dei suoi bambini? I commenti nei social network riflettono soprattutto questo: stupore, incredulità per il fermo del presunto assassino. Anche i nostri Pensieri ribelli dicono la loro. La nostra sensibilità influenza in modo forte il giudizio su ciò che riteniamo giusto: se molti erano stati pronti a giudicare il marocchino Fickri, un colpevole “facile” perché diverso e lontano, poi rivelatosi innocente, adesso è tutta un’altra storia. Un elemento su cui riflettere. E voi, cosa ne pensate?

Avere il mostro “in casa” e non riuscire ad ammetterlo, perché è un po’ come guardarsi allo specchio e vederci qualcosa di orribile. Sarebbe tanto più facile se fosse straniero, immigrato, extracomunitario, uno di quei termini dispregiativi con cui l’opinione pubblica in salsa leghista identifica chiunque sia presunto di compiere delitti o reati. E invece no: il presunto assassino di Yara Gambirasio (se l’ipotesi accusatoria degli inquirenti è fondata, naturalmente) è un italianissimo muratore bergamasco, padre di famiglia. Quasi lo stereotipo del bergamasco da cartolina, l’immagine di una famiglia in cui tutte le famiglie bergamasche potrebbero vedere qualcosa di sé.
Sarebbe più facile se fosse straniero, perché la colpa sarebbe “fuori”, e non “dentro”. Perché la storia del “loro delinquono, ammazzano e stuprano e noi invece tutto sommato siamo brave persone” crolla come un castello di carte. Un’intera architettura di pregiudizi costruiti ad hoc e stratificatisi negli anni cade nel momento stesso in cui si risolve uno dei casi più complicati degli ultimi anni, e crolla non sulla presunzione ma sulla scienza: il killer della giovanissima Yara Gambirasio è incastrato dal Dna, dal telefono agganciato alla cella telefonica della palestra dove la ginnasta è sparita ormai quattro anni fa.
Eppure, proprio quando si dovrebbe essere tutti unanimemente sollevati perché, per una volta, la giustizia e le forze dell’ordine hanno lavorato bene e dato una risposta ad una famiglia che ha perso in modo tanto brutale una figlia, ecco che scattano l’incredulità, i dubbi, le remore, le richieste di privacy. Che ci devono essere, sia chiaro, soprattutto quando sono coinvolte altre persone (i figli del presunto assassino, per esempio, che non hanno colpe e in questo momento sicuramente soffrono moltissimo), ma che fanno sorgere un’altra domanda: tutte queste remore dov’erano, quando l’indiziato era un giovane marocchino?
Qualcuno, sui social o nei commenti agli articoli sul web, si era alzato per chiedere la privacy per Mohammed Fikri, per chiedere che le sue foto non venissero sbattute in prima pagina, per difendere la sua presunzione d’innocenza fino a prova contraria? Pochi, quasi nessuno. Mentre molti, troppi, gli si erano scagliati addosso: «Tutti questi marocchini che vengono qui a delinquere!!!», «rimandiamoli tutti nei loro paesi che vengono qui solo per stuprare e ammazzare le nostre donne!», e via dicendo. Un livore quasi unanime che invece non è montato quando si è scoperto che l’assassino sarebbe praticamente un vicino di casa, un potenziale collega, un bergamasco DOC, autoctono fino al midollo: «Ma prima di sbattere le foto del mostro (presunto), non sarebbe meglio averne la certezza?», «ma perché pubblicate foto e nomi, volete il linciaggio?», «E se venisse dichiarato innocente?». Due pesi e due misure: perché?
Forse perché fa paura guardare negli occhi la “banalità del male” celata nell’apparente normalità di una vita che potrebbe essere quella di chiunque. Forse perché tutto sommato fa sentire più sicuri associare l’idea di male all’”uomo nero”, qualcosa che viene da fuori, che si può (o si deve?) allontanare, sopprimere. Ma se quel male viene invece da dentro, allora cambia tutto, perché significa che il dualismo rassicurante noi/loro viene meno. Che qualunque padre di famiglia, qualunque vicino di casa, qualunque persona di cui si conoscono famiglia e origini da tutta la vita può essere un potenziale assassino. Che allora il male ci riguarda tutti e che, di conseguenza, anche la ricerca del bene è una presa di responsabilità che non può più essere data per scontata soltanto in base all’assunto «loro sono cattivi, noi bravi».

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