“Yara: questa notizia ha travolto il paese con la violenza di uno tsunami”

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«Hanno trovato l’uomo che ha ucciso Yara». La frase mi è arrivata via whatsapp da un’amica, prima che la notizia esplodesse ovunque sui social network e poi in televisione. Pochi minuti e il volto del presunto (è corretto dirlo per ora, nonostante la rabbia ormai sia dilagata ovunque portando a correre nei social parole come “linciaggio” e “follia”) è circolato sulle bacheche di Facebook. Infine, la notizia che ha paralizzato tutta l’Isola: è di Mapello.
Io vivo a Brembate Sopra, nonostante frequenti fin bambina la comunità di Prezzate di Mapello. La tragedia di Yara però ha colpito tutti, brembatesi e non, anche l’Italia intera. Ricordo ancora la veglia di preghiera nella mia parrocchia organizzata a pochi giorni dalla sparizione, mentre erano in corso le ricerche: una preghiera che si perdeva nel silenzio, alla ricerca di una speranza che si sarebbe pian piano affievolita, fino a spegnersi del tutto il 26 febbraio.
«Non lo troveranno più» si è ripetuto in questi anni sfogliando il giornale, quando circolava un’ultima notizia, un nuovo indizio, una pista da seguire, una dichiarazione; ma tutto sembrava così caotico, indefinito, nulla di certo, che già ci s’immaginava l’assassino fuggito da qualche parte nel mondo, lontano dalla giustizia e dal dolore che risuona nei cuori della famiglia di Yara e di tutte le persone che la conoscevano.
Invece ieri, poco prima di cena, seduta con mio papà sul divano, ecco arrivare il comunicato di Alfano e poi ecco la notizia rimbalzare come uno tsunami su tutti i canali: il presunto assassino è sempre stato accanto a noi. Sono 3 chilometri da Brembate di Sopra ma per chi è della zona sa che non cambia molto, solo una manciata di metri. Mapello, Brembate, Prezzate, lo shock è ovunque, è di tutti: non esistono più confini.
«Io l’ho già visto…» ha commentato a denti stretti mia mamma quando le ho mostrato la foto. Può essere la suggestione dei media ma dopotutto lui, in tutti questi anni, una vita in paese l’ha condotta.
Poi ci sono i miei amici di Prezzate, il nostro gruppo in whatsapp e la nostra incapacità di commentare. Perché non c’è molto da dire. «Suo figlio è in classe con mio fratello», scrive qualcuno. Inimmaginabile. I genitori di alcuni di noi sanno chi è; fra un mese comincerà il cre e ci si domanda se i bambini siano mai venuti gli anni passati. Il primo pensiero va a loro, perché in ogni caso, che lui sia il presunto o il vero assassino della dolce Yara, un’altra famiglia è stata spezzata.
Ci si chiede il perché di questo gesto, ci si domanda come abbia potuto un uomo, un papà, un marito, compiere un crimine così atroce. Forse, se fosse stato lontano, senza figli, senza una moglie, solo, chiuso nel suo orrore, sarebbe stato più facile affrontare il tutto. Per i genitori di Yara, per gli investigatori, per il paese di Brembate. Per chi commenta con troppe parole inutili e rabbiose. Anche per noi, giovani e adolescenti, che possiamo solo chiuderci nel silenzio, perché di parole, di fronte a questo mondo, ne abbiamo sempre meno.

(Nella foto la gente in coda per visitare la camera ardente di Yara Gambirasio)

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