Yara, basta processi mediatici: il verdetto spetta solo ai tribunali

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In oltre vent’anni di cronaca giudiziaria ho potuto osservare negli occhi, nei processi, parecchie centinaia d’imputati.Diritto davanti a me, dal tavolo riservato alla stampa, postazione privilegiata proprio di fronte alla gabbia dei detenuti. Innocenti e colpevoli. Li scrutavo, col vantaggio di non essere notato dagl’interessati. Assassìni, stupratori, rapinatori, sequestratori, terroristi. Ma anche eroinomani taccheggiatori di piccolo cabotaggio, ladri di polli, semplici imbroglioni. Tutti, o quasi, con un comune denominatore in quello sguardo sperduto: la consapevolezza d’esser uomini con le spalle al muro, sia che rischiassero l’ergastolo sia un mese con la condizionale. Uomini deboli, ancor più fragili in quanto magari prima si consideravano al di sopra della legge.

E’ la prima volta che mi capita di riferire questa sensazione. Ma l’ho avuta sin dal primo giorno. Eppure sono passati tanti anni. L’animo umano non cambia, per fortuna internet pure sul cellulare, sotto questo aspetto, non ha influito. Quella volta si giudicava in Corte d’assise un protettore che aveva strangolato la propria prostituta di riferimento. Omicidio premeditato e rapina (del braccialetto, al polso della vittima). Il classico sfruttatore, ben vestito, uso alla vita comoda (con i soldi guadagnati dagli altri). Però la sua strafottenza evaporava, davanti ai giudici. E gli occhi bassi senza reazione isterica, ai 24 anni di condanna, tradivano lo sconforto. Come se non il peso della lunga reclusione ma del male che aveva compiuto si fosse abbattuto all’improvviso su di lui. Ricostruzione buonista? Chi può dirlo?

Anche l’uomo, che ha confessato lunedì scorso d’aver ucciso moglie e i due figlioletti prima d’andar a vedere Italia-Inghilterra, è sbottato, quasi liberandosi: «Voglio il massimo della pena!». Pare una costante, negl’imputati: passato il raptus, resta la disperazione. E la disperazione – tremenda certezza che una via d’uscita non c’è – non è forse una pena atroce? Al di là del pentimento, reale o di facciata.

Sicché chi in queste ore – alla notizia del fermo del presunto carnefice di Yara Gambirasio – è assetato di vendetta si plachi. «Se è stato lui, è giusto che paghi», l’ha detto perfino la madre. Che bisogno c’è d’infierire, senza essere neppure parte in causa? Su facebook, ormai il termometro della società, la rabbia popolare ha assunto toni francamente incivili. Molte condivisioni verso iniziative inaccettabili. Troppe. Spesso ad opera di giovani. Nessuno è autorizzato a giudicare un suo simile, salvo quelli (togati e no, la Corte d’assise prevede sei giudici popolari) chiamati ad esprimere il verdetto finale. Dunque il codice prevede che l’indignazione pubblica sia rappresentata, in questi casi tanto gravi.
E allora “Schifezze d’uomini”, come si leggeva martedì, riferito al marito di cui sopra e al presunto assassino di Yara, su un quotidiano a tiratura nazionale, smaschera la volontà (forse il bisogno) di strumentalizzare i complessi d’inferiorità e la frustrazione altrui. Questa è violenza (verbale) e istigazione. Quello stesso giornale, poi, che si proclama supergarantista. Ma solo quando finiscono in manette gli onorevoli accusati di corruzione.

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