Morale: appello a essere uomini concretamente. Intervista a don Maurizio Chiodi – seconda parte

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Fare morale non è perdersi in sermoni astratti, ma aprirsi al senso alto della vita umana: l’atto di Dio nella storia si dà nell’atto dell’uomo che decide di sé di fronte a Colui che l’ha costituito suo interlocutore. Ma l’uomo d’oggi è preso da un forte atteggiamento di sospetto verso l’idea stessa di verità e verso la possibilità di una qualche forma di legge. Eppure da questo uomo e dalla sua cultura una morale moderna deve anzitutto prendere le mosse. Di questo si è parlato nella prima parte dell’intervista che il nostro settimanale ha pubblicato la scorsa settimana. Pubblichiamo qui la seconda parte dell’intervista.

GIOCARE IN DIFESA NON SERVE

Serve ancora oggi trincerarsi dietro atteggiamenti difensivi della fede cristiana, preoccuparsi soprattutto di dimostrarne la “verità”, farne l’apologia?

«Non si può seriamente pensare, oggi, di aver già posto tutte le possibili domande e di aver trovato le relative risposte. Occorre invece confrontarsi con i grandi portati della modernità, a partire dall’istanza antropologica, ovvero dall’idea che l’uomo sia un soggetto autonomo, chiamato a declinare liberamente il proprio desiderio di felicità; che questa visione sia a rischio di scadere nell’“individualismo” – come dicevamo – non deve impedirci di cogliere il nucleo centrale di tale intuizione, che non è affatto incompatibile con la fede cristiana, e anzi, potrebbe considerarsi (sul lungo periodo, al termine di un secolare processo di maturazione) un frutto dello stesso cristianesimo. Nel vangelo, infatti, ci viene mostrato che l’amore di Dio è personale: è una sovrabbondanza d’amore, un’agàpe, che non distrugge l’interlocutore umano, ma se ne prende cura, fino alla disponibilità estrema a morire per lui. L’amore divino non si impone alla soggettività umana, ma la costituisce e la interpella».

La teologia morale deve prendere le mosse, allora, dall’antropologia? Per comprendere il significato della “legge di Dio” occorre capire chi è il soggetto – inteso proprio come individuo umano – a cui essa si rivolge?

«Per indicare la realtà costitutiva dell’essere umano io, al termine “individuo”, preferisco “coscienza”, intendendo però, con questa parola, non una particolare facoltà dell’uomo (la consapevolezza), ma la sua identità profonda, caratterizzata da una relazione originaria con “l’altro”: una relazione che è affidata a lui stesso, all’esercizio della sua libertà, di modo che, mentre egli determina il suo rapporto con l’altro, decide del suo orientamento a una totalità, al compimento ultimo del desiderio che lo anima. I contributi che ci vengono da due correnti filosofiche del secolo scorso ci possono aiutare a comprendere meglio questa articolazione interna dell’esperienza. La fenomenologia, a partire da Husserl, ha indagato un senso che, precedendo il soggetto umano, gli si offre; l’ermeneutica ha invece sottolineato il ruolo attivo dello stesso soggetto nello svelamento di questo senso. Per indicare la convergenza di questi due aspetti, si potrebbe ricorrere a un’immagine: la luce appare e sollecita i miei occhi ad aprirsi; e tuttavia, l’atto della visione avviene sempre da un particolare punto di vista, legato anche alla vicenda biografica di chi guarda. Analogamente, il soggetto umano non crea il senso, che gli è antecedente, ma permette a questo senso di apparire, con modalità sempre nuove e diverse. Qui ha un ruolo decisivo la libertà umana. Capiamo così che la questione capitale della cultura contemporanea – e forse, anche del cristianesimo odierno – è di ripensare questo rapporto tra il “sé” e l’“altro”. Chi è questo “altro” senza il quale non riesco nemmeno a dire “io”? Basterebbe già questo, per demistificare l’ideologia dell’individualismo. Non si deve nemmeno pensare che tali discorsi siano “da filosofi accademici”, che non rientrino nella mentalità diffusa. Si sente spesso dire, ad esempio, che “ci vuole un po’ di egoismo, nella vita”; o, all’opposto, che occorrerebbe “spendersi totalmente per gli altri”. Anche una certa retorica religiosa ha affermato, in passato, che la vera misura dell’amore per Dio e per il prossimo sarebbe data dalla capacità di annullare se stessi. Questi opposti punti di vista dimenticano la verità delle straordinarie parole di Gesù, che dice: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Come te stesso, appunto, a ribadire che il rapporto tra sé e l’altro è inscindibile».

L’ESPERIENZA UMANA E LO SPECIFICO CRISTIANO

Alla luce di quanto si è detto finora: esiste davvero un’“etica cristiana”? Oppure, sarebbe meglio parlare di un’interpretazione cristiana dell’etica, in quanto dimensione costitutiva dell’umano? Ci pare che questa domanda non si riduca a un sofisma: a seconda di come si risponde, molte cose cambiano di segno.

«Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, nella teologia morale cattolica sono andate definendosi due opposte posizioni, per quanto attiene al rapporto tra l’etica cristiana e un’etica “semplicemente umana”. La prima tesi afferma che non esisterebbero precetti o regole specifiche per i cristiani: anche per i credenti, varrebbero delle norme razionali e universali, comuni all’umanità intera. Altri teologi, invece, hanno accusato i fautori di questa concezione di dissolvere lo specifico cristiano in un generico “umanesimo”, perdendo di vista la novità del vangelo. A me pare che entrambe queste concezioni muovano dallo stesso, discutibile presupposto: quello per cui la “ragione” e la “fede” costituirebbero due ambiti indipendenti, esterni l’uno all’altro. La ragione sarebbe la facoltà universale che caratterizza l’umano, mentre la fede sarebbe una scelta particolare, tipica del cristiano. In realtà, l’una e l’altra sono forme concrete della coscienza. Questa porta in sé un’istanza di universalità, ma tale vocazione – occorre notarlo – è inscritta in un soggetto singolare. La legge morale – se è legge – è per tutti; ma inevitabilmente essa risuona nell’esperienza biografica delle persone, nelle più diverse situazioni di vita. Ugualmente, nella fede cristiana il credente, attraverso la sua esperienza morale, risponde in modo personale a un dono che è per tutti – e cioè universale -, ma è pur sempre attestato nella vicenda storica particolare di Gesù. Proprio per questo, la pretesa della morale cristiana non è estrinseca rispetto alla domanda di senso, di verità, di speranza presente nell’esperienza di ogni uomo. Io credo che l’attenzione dei credenti dovrebbe oggi concentrarsi sulla storicità della loro testimonianza, nel tempo e nelle concrete situazioni in cui a loro è dato di vivere; è una testimonianza paradossale, quella dei cristiani, dal momento che rimanda oltre se stessa, in direzione della vicenda di Gesù, e chiede costantemente di essere ritradotta, reincarnata. Siamo molto lontani – lo capiamo bene – dall’idea di una vita morale esercitata semplicemente applicando delle regole date una volta per tutte».

IL PROSSIMO SINODO SULLA FAMIGLIA: ATTESE E SPERANZE

Un ultimo punto: lei ha collaborato direttamente ai lavori preparatori del Sinodo straordinario “sulla famiglia” che si terrà a ottobre in Vaticano?

«No, di per sé non ho avuto a che fare con l’organizzazione del sinodo in senso proprio. Con altri teologi italiani, sono stato contattato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, presieduto dall’arcivescovo Vincenzo Paglia, perché prendessi parte ad alcuni incontri su temi che verranno affrontati nel prossimo autunno».

Da outsider, allora (ma non del tutto): quali sono le sue attese e speranze riguardo a questo sinodo straordinario?

«L’idea di un sinodo sulla famiglia, destinato a precederne uno ordinario sulla questione dell’evangelizzazione, è venuta saggiamente da Papa Francesco, che ha voluto collegare i due ambiti. Il rapporto dovrebbe essere circolare: in un primo tempo, si dovrebbero far emergere interrogativi, questioni, punti di forza e aspetti critici relativi alla famiglia nella società odierna; nel sinodo del 2015, invece, si dovranno tracciare alcune linee pastorali che vedano la famiglia non solo come oggetto, ma anche come soggetto attivo di una nuova opera di evangelizzazione. Tornando al primo appuntamento, mi pare chiaro che il questionario preparatorio, alla cui compilazione hanno preso parte centinaia di migliaia di cattolici in tutto il mondo, aveva lo scopo di alimentare una riflessione non puramente “dottrinale” sulla situazione della famiglia nella società e nella cultura contemporanee. A partire dai vissuti concreti delle persone, si prenderà in esame la questione dei divorziati risposati, ma non solo questa: si tratterà di vedere come le comunità cristiane possano accompagnare la famiglia “prima” della sua costituzione (per quanto attiene, ad esempio, all’educazione dei giovani a un amore di coppia fecondo), “durante” ed eventualmente “dopo”, tenendo anche conto dei casi in cui le unioni coniugali e familiari purtroppo naufragano. Nella preparazione del sinodo del prossimo mese di ottobre, credo che dovrebbero giocare un ruolo diverso, ma in una chiave sinfonica, tre componenti: la gerarchia – i vescovi con il Papa -, i laici (in particolare, ovviamente, le famiglie) e i teologi. Ecco, spero che i lavori sinodali costituiscano un’occasione virtuosa perché si manifestino i diversi carismi presenti all’interno della Chiesa, come popolo di Dio. Dovendo poi dire quale mi sembra essere l’intenzione di fondo di Papa Francesco, ricorrerei a una citazione della Evangelii Gaudium: “La Chiesa – leggiamo al punto 114 – dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo”».

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