Chiamate la levatrice: una storia d’amore e di coraggio

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E’ spiazzante l’incontro di Jenny Lee, infermiera e ostetrica giovane e bella, con Nonnatus House, casa di suore nel bel mezzo delle Docklands, zona portuale poverissima di Londra, nel pieno di un quartiere devastato dai bombardamenti nella Seconda guerra mondiale. Ad accoglierla c’è solo sorella Monica Joan, la più anziana delle suore, che le parla insistentemente di allineamento dei pianeti, la travolge con un lungo monologo sulla vita e sulla morte, declama poesie, e intanto va a caccia di una torta. Ma istantaneamente Jenny si innamora di quel posto, che ha un’atmosfera accogliente, e insieme particolarmente intensa. E’ la prima scena del bel libro, primo di una trilogia, “Chiamate la levatrice – Call The Midwife” (Sellerio) di Jennifer Worth ed è così che incomincia anche la serie della Bbc, ad esso ispirata “L’amore e la vita”, firmata da Heidi Thomas, che va in onda da oggi in prima serata su Retequattro.
La storia è vera, con poche concessioni al romanzo: Jennifer Worth attinge a piene mani dalla propria autobiografia, al periodo in cui ha fatto l’ostetrica (a un certo punto della sua vita ha poi deciso di prendere un’altra strada e di dedicarsi alla musica). La casa delle suore di San Raymond Nonnatus è un’isola in mezzo a una periferia brulicante di bambini, in cui le famiglie vivono ammassate in due stanze, e molte non hanno neppure il bagno in casa. Siamo negli anni Cinquanta e i parti in ospedale sono ancora una rarità.
Le donne, mediamente, non lavorano e hanno un numero consistente di bambini di cui occuparsi. Gli uomini (marinai, facchini, portuali, per la maggior parte) invecchiano precocemente quanto le loro compagne. Anche le nozioni fondamentali di igiene sono ai più sconosciute. In questo contesto le suore di casa Nonnatus spendono a piene mani passione, cura, attenzione, affetto. Girano per il quartiere in bicicletta, anche di notte, sapendo di essere amate e rispettate da tutti. Diffondono non soltanto le informazioni di base per condurre bene la gravidanza, il travaglio e per prendersi cura dei neonati ma anche un irresistibile amore per la vita. Le storie che racconta il libro e anche la serie, che abbiamo già visto in lingua originale, sono talvolta dolorose, affondano nei misteri che circondano la nascita, in un periodo in cui la mortalità sia delle madri sia dei piccoli era ancora elevata. Ma sono anche piene di coraggio e di allegria. “Call the midwife” racconta un periodo di crisi, di transizione ed esprime una denuncia sociale esplicita della realtà delle docklands. Attenzione: non è solo un racconto storico fine a se stesso, un bell’affresco: tra le righe l’autrice ci mostra con delicatezza ma insieme con decisione quanto siano importanti le conquiste sociali fatte nell’ultimo secolo (dal sistema sanitario, alle misure di welfare, alle pensioni), conquiste oggi messe gravemente in forse dalla crisi economica, anche nella vecchia Europa e in Italia. Da queste conquiste, dice “Call the midwife”, dipende la dignità delle persone. Vale la pena di combattere perché non vadano perdute, con la stessa forza delle suore di Nonnatus House.

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