“Dio, il mistero dell’Unico”. Nostra intervista a mons. Angelo Bertuletti

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Nella teologia contemporanea ricorrono due immagini, per indicare la natura e il senso di questa disciplina: la prima è quella di una lotta con l’angelo, analoga all’episodio di cui fu protagonista Giacobbe al guado dello Yabbok; nell’altra, più pacata e particolarmente cara a Karl Barth, si propone a modello del teologo l’umile asino su cui Gesù fece il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. Sospettiamo che tra queste immagini monsignor Angelo Bertuletti preferirebbe la seconda: quando gli domandiamo se il monumentale volume “Dio, il mistero dell’Unico” (Queriniana, pp. 608, 42 euro) si possa considerare «l’opera della sua vita» si schermisce, dicendo che «i toni autobiografici non rientrano nelle sue corde». In realtà, in queste pagine si raccolgono gli esiti di un confronto coraggioso con il pensiero contemporaneo che l’autore, docente presso la Facoltà teologica di Milano e il Seminario di Bergamo, ha condotto per decenni, sul presupposto che sia ancora possibile e doveroso, oggi, rendere ragione della speranza cristiana.

Professore, perché nel titolo del libro, in riferimento a Dio, si sottolinea la sua “unicità”?

«Perché l’idea di unicità caratterizza essenzialmente la tradizione biblica: per Israele, “Dio” non è un termine generale, ma il nome singolare di Colui che si rivolge all’uomo sollecitando una sua libera risposta, al punto che, senza di essa, Egli non potrebbe neppure rivelarsi. Nella prospettiva cristiana, poi, la figura di Gesù ha un valore al tempo stesso universale e unico: non accompagna e non esemplifica semplicemente l’azione salvifica di Dio, ma la compie, la realizza. Si potrebbe anche dire che Dio ha bisogno di Gesù per realizzare la sua verità, in quanto verità dell’uomo».

Nella prima parte del volume, densissima, si traccia una ricostruzione dell’intera vicenda del pensiero occidentale, dalla nascita del cristianesimo a oggi. L’idea guida è che questo corso sia appunto consistito in un continuo “corpo a corpo” con la rivelazione cristiana?

«L’ intento è quello di attuare una “decostruzione” della storia del pensiero, mostrando come l’intera tradizione dell’Occidente sia stata segnata dall’intersezione di due modelli di verità, quello biblico e quello metafisico. Anche Heidegger, uno dei maggiori filosofi del secolo scorso, pur essendosi ufficialmente allontanato dalla fede cristiana dopo un periodo giovanile in cui era stato novizio della Compagnia di Gesù, non ha mai veramente troncato i rapporti con la teologia. Nella prospettiva che io espongo la storia della filosofia, dalla Patristica a oggi, appare come un lungo processo di ridefinizione del concetto di “verità”, come evento di cui l’uomo è coprotagonista; questo perché la verità sul senso della sua esistenza non gli si impone dall’esterno, ma sollecita la sua libertà e al tempo stesso ne ha bisogno, per manifestarsi».

Lei propone anche di rivalutare la cultura “postmoderna”, troppo spesso accusata, senza distinzioni, di tendere al soggettivismo o al nichilismo.

«Io ritengo che il carattere “nichilistico” del postmoderno sia una soglia, a partire dalla quale si può ripensare il concetto della verità in rapporto alla struttura originaria della coscienza umana. Per questa via si può arrivare a comprendere che la questione di Dio non è posta arbitrariamente dal pensiero, ma si impone ad esso, per il fatto che l’uomo è chiamato a decidere di sé come un tutto, e perciò anche a decidere della verità. Vi è, in questo, una profonda consonanza con l’idea di rivelazione divina espressa dal Concilio Vaticano II nella Dei Verbum: la rivelazione, qui, non è intesa come una dottrina che andrebbe tenuta per vera con un’adesione intellettuale, ma come un’iniziativa di Dio, che “parla agli uomini come ad amici – recita il testo della costituzione conciliare – e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”. L’iniziativa divina fonda la stessa libertà dell’interlocutore umano, la sua facoltà di rispondere “sì” oppure “no”».

Il Vaticano II fu pensato da papa Giovanni come un concilio a carattere “pastorale”. Quali ricadute potrebbero avere, proprio sul piano pastorale, le tesi che lei ha espresso in Dio, il mistero dell’Unico? Detto diversamente: che cosa ne potrebbe venire per la Chiesa, anche per quella di Bergamo?

«Il principio della “pastoralità” non si riduce a una questione tattica, di quali pratiche adottare perché la testimonianza ecclesiale risulti più incisiva ed efficace. Tale principio riguarda invece l’autocomprensione stessa della fede, la quale è intrinsecamente storica, poiché non vi è annuncio del Vangelo senza una presa in conto del destinatario. La teologia ha allora il compito di riflettere sullo statuto della fede, come atto in cui la verità di Dio rivelata in Cristo coincide con la verità ultima della comprensione che l’uomo ha di sé. Nell’ultima parte di “Dio, il mistero dell’Unico” questa idea è applicata a una riflessione sulla dottrina della Trinità, in cui cerco di mostrare come essa non custodisca “solo il segreto di Dio, ma anche il segreto dell’uomo”, per riprendere un’espressione del biblista Paul Beauchamp. Riguardo poi alla seconda parte della sua domanda, e cioè ai riscontri che il mio libro potrà avere, confesso che non mi sono posto il problema. Terminata la sua opera, un autore non può che lasciarla nelle mani di altri, sperando che vi trovino qualcosa di significativo; questo vale anche per un testo di teologia».

Avrà un titolo in forma di domanda, «È ancora possibile credere?», l’incontro promosso dalla parrocchia di Solto Collina come presentazione ufficiale del volume “Dio, il mistero dell’unico”: insieme a monsignor Angelo Bertuletti, vi prenderanno parte – sabato 26 luglio alle 20 e 30, nella chiesa parrocchiale – altri due autori di notorietà internazionale, il filosofo Massimo Cacciari e il teologo monsignor Piero Coda; coordinerà la giornalista dell’Eco di Bergamo Claudia Mangili, fungerà da voce recitante Luciano Bertoli. Nell’occasione, saranno anche esposte nella chiesa alcune opere del pittore Mario Giudici, incentrate sul tema dell’“Origine”.

 

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