Gesù e la sua strana predilezione per i “senza parola”

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In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza…» (Vedi Vangelo di Matteo 11, 25-30. Per leggere i testi della quattordicesima domenica del tempo ordinario, clicca qui)

“PADRE!”

Gesù “benedice” il Padre, cioè proclama la gloria del Signore, la sua sapienza, la sua onnipotenza. Il Padre è la dolce fissazione di Gesù in questo passaggio: per cinque volte ricorre la parola “Padre”. La sua preghiera, dunque, è soprattutto un’intensa relazione con Lui. Il Padre così intensamente invocato è comunque il Signore del cielo e della terra: quest’altro titolo, abbinato a “Padre”, conferisce alla preghiera, un tono di particolare solennità. Gesù benedice il Padre perché ha tenuto nascoste “Queste cose”, nascoste ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. “Queste cose” non significano altro che l’annuncio del Regno. I dotti e i sapienti sono soprattutto scribi e farisei, i grandi uomini di cultura, i conoscitori della bibbia. I piccoli, invece, sono – così significa il termine greco – gli “infanti”, coloro che non hanno l’uso della parola. Non solo i bambini, ma tutti coloro che vi possono essere assimilati, perché, come loro, “non hanno parola”, sono eslcusi e inascoltati. Gesù enuncia, dunque, l’incredibile paradosso evangelico. Chi avrebbe dovuto rifiutare ha accolto e chi avrebbe dovuto accogliere ha rifiutato. I primi diventano ultimi e gli ultimi diventano i primi. Eppure questa “stranezza” piace al Padre, è oggetto del suo compiacimento, della sua benevolenza e questa provoca una gioia immensa nel cuore di Gesù.

GLI STANCHI E GLI OPPRESSI

Poi Gesù continua: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». Affermazione profonda e intensissima. Tutto viene dal Padre: il Padre è colui che dà, il Figlio è colui che riceve. Tra Padre e Figlio esiste una reciproca conoscenza (nel senso biblico di “conoscere” che è sinonimo di “amare”). Noi, chiamati a quella comunione, vi arriviamo solo attraverso il Figlio, lui che è il nostro fratello e il nostro mediatore verso il Padre. Proprio perché è il nostro mediatore dobbiamo “andare a lui”. Soprattutto se siamo stanchi, affaticati, soli. È lui il nostro compagno di viaggio e di sofferenza. Non ci chiede nulla di pesante, non è il rabbino che impone insopportabili osservanze di leggi e di prescrizioni ai suoi discepoli. No: ci chiede solo di stare con lui: questo è l’unico, dolce “giogo” che egli ci chiede di portare.

LA VERA GRANDEZZA EVANGELICA

Bisogna che ritorniamo all’idea che fonda la nostra stessa natura di credenti. L’amore di Dio ci ha prevenuto. Lui ci ha amato per primo. E quindi noi siamo sempre piccoli di fronte a lui, bambini che hanno ricevuto tutto. La nostra vera grandezza sta nel riconoscere di essere piccoli, cioè di aver ricevuto e quindi nell’essere fino in fondo bambini. La grande divisione tra i cristiani autentici e santi e coloro che ne parlano senza interessarsi a esserlo (quanto ambiguità nella straripante popolarità di papa Francesco, quanta genTe pensa di essere un buon cristiano solo perché parla bene di lui!) appare sempre di più quella descritta dal vangelo di oggi. Da una parte stanno quelli che vantano i loro meriti e si aspettano – anzi sono certi – che Dio ne prenderà atto. Dall’altra stanno coloro che partono dalla loro fede, cioè dalla totale fiducia in Dio e proprio perché si sono affidati a Dio, si danno da fare per Lui e per i fratelli. Troppo spesso nella Chiesa si sono esaltati coloro che hanno fatto, realizzato. I più potenti sono stati spesso i più buoni. E, su altre sponde, la mentalità laica critica i cristiani perché non sono perfetti. Sono altre sponde, ma la logica è la stessa: ciò che si fa – quello che facciamo noi – diventa il criterio definitivo di verità. E non si capisce che la vera grandezza del cristiano non sta nell’essere perfetto, ma nell’essere amato anche nelle proprie imperfezioni.

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