Giovani alla deriva: al Patronato il Centro Meta è un’ancora

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Si chiamano neet, è l’acronimo di not (engaged) in education, employment or training, e sono giovani tra i 15 e i 29 anni non più inseriti in un percorso scolastico o formativo ma neppure impegnati in una attività lavorativa. Per molti di loro un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro o dal sistema formativo può comportare il rischio di una difficoltà di reinserimento o di marginalizzazione. Il fenomeno è in aumento in tutta Europa, secondo i numeri Istat, in concomitanza con l’intensificarsi della crisi economica.
Secondo i dati, in Italia i «Neet» sono oltre due milioni e costituiscono circa il 24% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Il termine «Neet» comprende due tipologie di giovani non occupati: i disoccupati e gli inattivi. Un fenomeno originato da un tessuto sociale sempre più disgregato che fa riflettere e desta preoccupazione, poiché chi ne fa parte può essere facilmente portato a sviluppare problemi di disagio sociale, che sfociano in dinamiche di comportamento molto diverse. Ne parliamo con Isacco Gregis, operatore del Centro di Formazione Professionale del Patronato San Vincenzo: «Qui da noi, al Centro Meta, arrivano diverse tipologie di ragazzi: ci sono i diplomati che cercano possibilità di inserimento lavorativo come si fa presso altre realtà, quali il Centro per l’impiego, ma ci sono anche ragazzi più disorientati, senza risorse e competenze da spendere e che magari sono rimasti anche per molto tempo a casa inattivi. Sono giovani ai quali viene meno la possibilità di immaginarsi un futuro, brancolano alla ricerca di occasioni da consumare ma senza essere strutturati per affrontare il mondo del lavoro».
È dal 2008 che, al Patronato San Vincenzo, l’attenzione rivolta ai ragazzi neet si è fatta più viva, grazie all’operato di un gruppo di lavoro articolato in: personale di accoglienza, sportello dello psicologo, educatori specializzati e professionisti dedicati. Anche presso l’oratorio di Redona e quello del Villaggio degli Sposi, grazie alla preziosa presenza di volontari, sono attivi sportelli dedicati (ne parliamo in uno dei nostri approfondimenti). Come spiega Isacco: «Nel 2008 iniziavano le prime avvisaglie della crisi e per i giovani l’incontro col mondo del lavoro non era così immediato. Così abbiamo proposto laboratori ed esperienze di stage all’interno del Patronato per dare ai ragazzi la possibilità di rafforzare competenze fondamentali come la puntualità, il rispetto delle regole, l’assunzione di responsabilità, che in ogni ambito lavorativo sono richieste. Con l’arrivo prepotente della crisi, ci siamo accorti che era sempre più difficile introdurre questi ragazzi nel mondo del lavoro. Coloro che lasciano gli studi con la scuola dell’obbligo, a 16 anni si trovano senza aver costruito niente e con il desiderio e la fantasia che il mondo del lavoro ti possa far ripartire da zero e guadagnare da subito. Ciò però, si scontra con il fatto che questi ragazzi hanno bisogno di fare un percorso individuale, accompagnati da psicologi ed educatori, poichè le difficoltà subite nel percorso scolastico, inevitabilmente vanno a ripercuotersi su di loro anche in ambito lavorativo».
Così, solo più recentemente, nasce fra gli operatori del Patronato l’idea di focalizzarsi su un percorso di formazione per i ragazzi, articolato e dalla durata di circa nove mesi: «Il lavoro decidiamo di tenerlo sullo sfondo – spiega Isacco – cerchiamo piuttosto di costruire un itinerario in cui ci confrontiamo sugli aspetti che si troveranno inevitabilmente in qualsiasi tipo di ambiente lavorativo, come la costanza, la relazione con le altre persone, l’abbigliamento adeguato. Dopo una serie di colloqui di accoglienza per inquadrare il ragazzo, vengono avviate delle attività per rimodulare una domanda generica e garantire uno spazio in cui si testa, due o tre volte a settimana, a sperimentare come ci si trova in un contesto per esempio di falegnameria o di giardinaggio e orticoltura o anche laboratori di serigrafia così come altri corsi più artistici. Il percorso dei laboratori dura tre mesi e vuole tenere volutamente aperti più canali, per riattivare la motivazione nel ragazzo e spingerlo a socializzare e rapportarsi con gli altri e con le sue qualità e abilità».
Ecco allora che, piano piano, i ragazzi iniziano a respirare la percezione di se stessi, mentre quando erano arrivati si trovavano di fronte a un blocco evolutivo, erano contraddistinti da disimpegno, disaffezione, senza prospettive. «Occorre uscire dall’idea del volere tutto e subito – spiega Isacco – ma anzi, cercare di strutturare questi giovani e dar loro gli strumenti per affrontare il mondo del lavoro. L’esito del nostro progetto non è sempre riscontrabile con i dati di occupazione, questo deve essere chiaro. Ci interessa di più registrare un progressivo percorso di cambiamento, ci interessa il processo che ha portato un ragazzo a diventare neet, in un momento in cui la società adulta non crea ingaggio per loro, noi cerchiamo di aiutarli a costruirsi un cammino di scelte». Complessivamente durante il corso del 2013 sono stati ben 110 i ragazzi neet che si sono rivolti allo sportello del Patronato, di cui circa la metà stranieri, e da gennaio 2014 a oggi il numero ammonta a 41. L’Europa fortunatamente non sta a guardare e ha lanciato proprio due mesi fa «Garanzia giovani», un progetto che miri a diminuire il numero dei neet: la comunità adulta deve garantire, entro i quattro mesi dal termine degli studi, un’esperienza di impegno, che sia un master, uno stage, un laboratorio, che motivi il ragazzo e gli dia la possibilità di rimanere agganciato a un percorso formativo e responsabilizzante, che mantenga vivo il cammino della consapevolezza di sé. Un investimento dall’alto è necessario per supportare i giovani ed evitare che situazioni al limite del disagio vadano ad acuirsi.

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