Francesco Muzzopappa: la crisi economica? Un affare di famiglia

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Una contessa e suo figlio, un architetto intellettualmente poco dotato: due personaggi azzeccatissimi intorno ai quali Francesco Muzzopappa costruisce la trama scoppiettante di «Affari di famiglia» (Fazi), un libro molto divertente ma allo stesso tempo molto attuale. Racconta infatti la storia di una famiglia alle prese con le difficoltà quotidiane ai tempi della crisi economica. Lo fa con il ritmo serrato e il linguaggio diretto ed efficace del copywriter, e tra le righe ecco una critica esplicita, con tono lieve ma efficacissimo, a una società che “bada più all’apparenza che alla sostanza”. Alla fine, eccovi anche un assaggio di un altro progetto di Muzzopappa, quello delle “fiabe che finiscono malissimo”, fulminanti racconti umoristici che vi lasciamo assaggiare con un video. Muzzopappa presenta il suo libro domani 16 luglio a Milano alla libreria 6 Rosso (via Albertini 6): se siete da quelle parti è un’occasione per incontrarlo di persona.

Come sono nati i personaggi della contessa e del figlio? Si è ispirato a qualcuno che conosce?
«Osservando la realtà. Ho cercato di descrivere quello che, al di là del luogo comune della “rottamazione”, è la situazione di molte famiglie italiane: figli viziati, convinti che apparire sia più importante che essere, e genitori angosciati dal lento sgretolamento di valori morali, come quello della famiglia, forse il più grande e assoluto».

Come mai nobili decaduti oggi? Una scelta un po’ retrò o una parodia delle fiction?
«Prima di essere una contessa, Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna è una donna e una mamma che vive la crisi economica e la decadenza sociale come tutti noi. Solo ha una lingua più tagliente della norma, fondamentale per riuscire a fotografare con attenzione il periodo allucinante che stiamo vivendo. Rifiuta di appartenere al mondo di cartapesta de “La grande bellezza”. Ha ideali solidi, al contrario di suo figlio Emanuele, il prototipo del cretino patentato».

La paragonano a Wodehouse lei ci si ritrova? Ha dei modelli, degli autori “umoristici” preferiti?
«Wodehouse è un genio e per essere considerato un genio in Italia devi come minimo essere morto. Al momento sono vivo. Scherzi a parte, i miei modelli sono Flaiano, Campanile, Marcello Marchesi ed Enrico Vaime, che credo di Marchesi sia stato un discepolo. E poi Arto Paasilinna, David Nicholls, Hornby, Ammaniti, Auslander, Sedaris, Moore».

Lei è anche un copywriter, questo a suo parere influenza la sua scrittura, e se sì in che modo?
«I tempi pubblicitari sono immediati. Se un messaggio funziona lo capisci subito, non hai “tempo per perdere tempo”. Per questo la mia scrittura è molto sincopata, ha ritmo. Chi legge Affari di famiglia non ha modo di annoiarsi, garantisco».

Ci racconta qualcosa anche sulle sue “fiabe che finiscono malissimo”? Come è nato questo progetto, come è diventato una web serie e cosa ha intenzione di farne? Magari un libro?
«L’Italia non è pronta. E non lo dico io, lo dicono le case editrici. E’ un esperimento interessante di microletteratura nato nel 2007, lasciato nel cassetto fino a un paio di anni fa, quando la mia ragazza mi ha detto più o meno “ma sei un idiota! Fanne un blog!”. Spronato dalle sue parole incoraggianti ne ho fatto un blog, (http://fiabebrevichefinisconomalissimo.blogspot.com/). Le view hanno preso il volo, Bonsai TV mi ha unito in matrimonio con un disegnatore folle che è Simone Sio Albrigi, uno degli youtuber più virali d’Italia e ne è nato un fenomeno da 4 milioni di view. È da poco ripartita la seconda serie e sta già volando. Non demordo. Prima o poi, lo so, ne farò anche un libro. Me lo sento nelle ossa».

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