Il prete in mezzo al guado. Note attorno a un convegno

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Si è parlato di preti, anzi: del prete, non dei preti così in generale, ma della figura del prete, del suo posto nella Chiesa e di quello che di lui ha detto il Concilio Vaticano II. È avvenuto al convegno che si è tenuto all’inizio della settimana a Sotto il Monte. La partecipazione è stata notevole, sia per numero, sia per qualità. Vorrei tornare, per fare qualche appunto, a distanza.

IL PRETE DI PRIMA E QUELLO DI POI

La prima giornata ha fornito alcuni elementi di storia: come nasce la figura del prete, come cambia e come si adatta? Di quella prima giornata e del molto che si è detto e discusso, mi è rimasta come significativa quella che, forse, ne è l’idea guida. La figura del prete sta in bilico fra una presa di distanza dal “mondo” e una sua presa di vicinanza. Il prete è altro, diverso dagli “altri”; oppure: il prete è come “gli altri”, uomo tra gli uomini.

Il primo aspetto ha dominato a lungo sull’altro, fino ai tempi vicini a noi è fino ai particolari apparentemente più irrilevanti: il modo di vestire, il modo di abitare… fino al celibato e poi al modo di pensare e di rapportarsi alla gente. Il prete con il suo bel sottanone nero era l’immagine classica di questo mondo ecclesiastico “sacrale”, un po’ a parte rispetto alla gente e alla sua vita di tutti i giorni.

Ma non è sempre stato così. Soprattutto all’inizio. Nel primo secolo i compiti di annuncio della Parola e di cura della comunità sono più importanti della celebrazione eucaristica. Ma se è stato così, facciamo un’ipotesi. Si dice spesso che la Chiesa di oggi sta tornando, per tanti versi e in diversi ambiti, alla situazione della Chiesa delle origini. Forse vi sta tornando anche in questo: che la celebrazione eucaristica sta perdendo se non altro perché meno gente la frequenta e diventa più importante annunciare il Vangelo a chi è dentro la Chiesa, a chi è tornato fuori e a chi è nato e cresciuto fuori. Insomma: si pensava, in un passato non lontanissimo, che fare messa era anche evangelizzare e che questo bastava. Adesso ci si accorge che non basta affatto. Non solo perché spesso non si sa neppure chi è Gesù Cristo, ma anche perché non avrebbe senso celebrare senza una comunità viva che celebra. E una comunità è viva se, precisamente, non si limita a celebrare.

LA CURA DELLE RELAZIONI

Così sta tornando cruciale, dentro la Chiesa, prendersi cura delle relazioni. Lo si è ripetuto spesso nella seconda giornata del convegno. Il Concilio Vaticano II ha tentato una virata, o quanto meno un riequilibrio: il prete non è solo e forse neppure principalmente colui che celebra, ma colui che si prende cura delle relazioni comunitarie. La pastorale – la cura della comunità – non va vista tanto in funzione delle celebrazioni, ma, al contrario, le celebrazioni vanno viste come momento sintetico di tutta una vita che si svolge prima e dopo i riti.
Chissà se non vanno ricondotti qui anche tutti gli sforzi per quella pastorale che apparentemente non ha molto a che fare con i riti. Pensiamo agli sforzi enormi attorno agli oratori e, se vogliamo citare un fenomeno che è ancora in corso in questi giorni, pensiamo ai CRE: si parla di quasi centomila ragazzi impegnati in questa esperienza nella provincia di Bergamo. In fondo il Vangelo lo si potrebbe annunciare anche senza i CRE. E, in un passato non lontanissimo, lo si è detto e sostenuto. Ma un Vangelo senza i CRE e senza tutte le attività di socializzazione che girano attorno agli oratori, sarebbe ancora lo stesso Vangelo?
Forse tornando a pensare senza angosce a queste possibilità si può guardare ancora senza angosce alle difficoltà presenti e a quelle future. Quelle di cui si è parlato nell’ultima giornata. Appare abbastanza evidente che il prete si deve un po’ reinventare. Se non altro per un motivo. Mentre un tempo il prete era ritenuto dall’opinione pubblica uno che lavorava poco, oggi la stessa opinione pubblica lo ritiene uno che lavora troppo. Troppe cose antiche che continuano si assommano a cose nuove che si devono assolutamente fare. Il prete, insomma, si trova nel guado. Non ha ancora pienamente smesso i panni di un tempo senza trovare i panni di ricambio per l’oggi.
E questo è un problema del prete, certo, ma non solo suo. “Uomo di Chiesa”, in realtà, fa venire a galla nella sua vita alcuni problemi che sono di tutta la Chiesa.

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1 commento

  1. Francesco Rampinelli on

    Noi fedeli abbiamo bisogno dei preti! Ne abbiamo assolutamente bisogno e Dio ce li ha donati. Non però per i CRE, non per prendersi cura delle relazioni comunitarie, non per redigere ambiziosi piani pastorali, non per animare comunità, vive o morte che siano. Anche, collateralmente: tutti compiti utili, defatiganti magari, ma non strettamente essenziali, né propri del prete. Abbiamo bisogno del loro esempio, della loro predicazione, certo, affinché ci istruiscano e ci educhino nelle cose di Dio. Funzione importantissima, trascurata magari, ma in cui i preti non sono di per sé insostituibili. Invece, abbiamo bisogno di loro proprio perché celebrino la Santa Messa, perché come ha ordinato Gesù sia offerto perpetuamente a Dio Padre il Sacrificio Eucaristico; perché ricevano la confessione dei nostri peccati e ci ridonino la Grazia di Dio. E in questo non c’è nessuna novità, nessuna necessità di interrogarsi, nessun ieri, oggi, domani. E se questo non basta …

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