Nove “ragazzi di oratorio” a Gardaland fanno razzia di soldi e cellulari. La rete li condanna. E la comunità che fa?

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Nove ragazzi di Verdellino, tra i 15 e i 17 anni, durante la gita parrocchiale a Gardaland, lunedì, sono stati denunciati per furto aggravato in concorso: le telecamere della vigilanza li hanno colti in flagrante. Quando li hanno fermati, avevano un bottino di tutto rispetto nascosto negli zaini: quasi cinquemila euro tra soldi, smartphone, macchine fotografiche, sottratti ad altri visitatori del parco, e alla fine, fortunatamente, recuperati dalle forze dell’ordine e restituiti ai proprietari.

La notizia, rilanciata da agenzie di stampa, quotidiani e web ha suscitato clamore e in rete non sono mancati i commenti. C’è chi ha invocato lo scudiscio come l’unica punizione adeguata (ah, la sana educazione di una volta, ceffoni e calci nel sedere). Chi ha rimarcato che venendo dalla parrocchia di Verdellino-Zingonia i ragazzi non potevano essere che stranieri di famiglie disagiate, non certo bergamaschi. Chi si è scatenato dicendo che “a quindici anni sanno quello che fanno, bisogna mandarli in carcere”. Ovviamente, non è mancata un’aperta critica alle gite parrocchiali, compreso il curato che “avrebbe dovuto badare a loro”.

Il fatto, indubbiamente, è grave. Ma leggendo tra le righe della cronaca, ecco altri elementi significativi: avrebbero agito come “una gang di professionisti”, “sapevano ciò che facevano, era già successo”, sono “figli di famiglie perbene”. E allora? Evidentemente è sbagliato fermarsi ai luoghi comuni. Ci mettiamo nei panni dei genitori, imbarazzati e delusi, che sono dovuti andare a raccoglierli in caserma, e che magari hanno speso tempo e parole pensando di “crescerli come si deve”. I ragazzi adesso devono prendersi le loro responsabilità: per questo ci sarà un processo. Le famiglie, anche, ovviamente, devono prendere atto e fare le loro considerazioni.

La questione, però, a questo punto, riguarda tutti, anche la comunità cristiana di cui questi giovani fanno parte. È sbagliato pensare che l’oratorio sia un’isola dove non accade niente di male, una “garanzia di qualità”, perché è, prima di tutto, per vocazione, un luogo che accoglie tutti, una casa aperta, perché come diceva in primis don Bosco “Non esistono ragazzi cattivi”. Un luogo dove sicuramente si trasmettono valori, dove si impara uno stile, anche se a frequentarlo, ormai, non sono più soltanto i cristiani.
Ma non può essere, come invece a volte accade – e come sembra ritenerlo l’immaginario collettivo – un posto di delega esclusiva, di cui si occupano solo “i preti”. L’oratorio è di tutti, di tutta la comunità, e il compito di metterci il naso, di capire che cosa succede e quali sono le dinamiche, appartiene a tutti. È (anche) la comunità che educa, un concetto difficile in una società sfilacciata, in cui molte evidenze del passato stanno andando perse, come dimostra anche questo “furto di gruppo”.
Gli oratori sono spesso terre di confine, in trincea, e le persone che ci lavorano mettono grande passione, entusiasmo e tempo. Sono proprio loro, sentinelle sul territorio, i primi a lanciare segnali d’allarme, a cercare risposte a vuoti educativi che però hanno un’origine diversa, composita, come dimostrano alcune iniziative “pilota”: pensiamo a Verdello e a Nembro, esperienze che abbiamo raccontato, dove per reagire a situazioni difficili (spaccio, episodi di provocazione, convivenza difficile tra italiani e stranieri) sono state messe in atto risposte originali e costruttive, chiamando a collaborare soggetti diversi (come i Comuni, l’Università, benefattori privati).
Non dimentichiamo, poi, che l’Upee e la diocesi stanno mettendo in campo progetti importanti per assicurare presenze di qualità in oratorio e per puntare in positivo sui giovani. Ma intorno ci vuole una rete di sostegno. Non è un problema “degli altri”, e nemmeno, semplicemente, di Verdellino, dove il fattaccio è successo. I giudizi sommari non ci piacciono. Ci sembra che oltre a tirare in ballo tutti i fattori di cui sopra, il degrado sociale, le derive del benessere e del consumismo, la crisi economica, (tutte cose vere, senz’altro) si possa anche cogliere l’occasione per rimboccarsi le maniche, capire, riflettere, dal punto di vista di una comunità che accetta di mettersi in discussione. E non cancellare o sminuire per colpa di un brutto episodio tutta la grande fatica che gli oratori, Verdellino compreso, fanno per rispondere alle richieste dei ragazzi di oggi e per essere luoghi pieni di senso. Non dimentichiamo le tante bellezze dei Centri ricreativi estivi, che coinvolgono ogni anno oltre centomila persone solo nella nostra diocesi. Semmai, è tempo di rimboccarsi le maniche e fare proposte, e dare una mano perché questa diventi un’occasione, anche per i nove ragazzi che hanno sbagliato (e saranno puniti) e per tutti quelli che gli stanno intorno: le famiglie, l’oratorio (che fa un grandissimo lavoro di integrazione in una zona notoriamente difficile), la parrocchia, la comunità. Anche questo vuol dire pensare al futuro.

 

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