E se il lavoro non c’è? Vale la pena di cercare un’idea

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Cosa inventarci se il 20-30 per cento dei giovani italiani (al sud oltre il 45%) sono senza lavoro e sbarcano il lunario con “lavoretti” più o meno in nero, o a contratto temporaneo, privi di una seria prospettiva per il loro futuro? Le risposte sono tante: si può imprecare contro il triste destino odierno, prendersela con la crisi della Lehman Brothers nel 2008, riporre le proprie residue speranze nel governo retto da un giovane come Renzi. Sono tutti atteggiamenti legittimi. Forse l’atteggiamento migliore è andare alla ricerca di idee, di progetti, di opportunità per inventarsi un futuro che ancora non c’è. Ecco quindi alcune piste di “caccia” di nuove idee e nuovi lavori, individuate leggendo le cronache di ogni giorno in Italia.

Prima pista: le tecnologie emergenti. Non occorre essere degli scienziati per osservare alcuni fenomeni in campo tecnologico e informatico applicato ai più disparati settori industriali e commerciali. Così, dalle biotecnologie con mappature del Dna e l’avvio di produzione, dato per imminente, di cellule e organi che facciano da “pezzi di ricambio” per le nostre parti del corpo malate, ai programmi informatici che imitano capacità umane come scrivere, tradurre, parlare, comporre e così via. Biotecnologi e informatici che si cimentassero in questi campi avrebbero ghiotte occasioni di lavoro. Che dire poi delle stampanti 3D (a 3 dimensioni) già in commercio e in via di rapido sviluppo, per produrre praticamente ogni cosa in casa: si avvera il sogno della macchina che produce la macchina, a basso costo e autogestita. E i pannelli solari e similari per energia a basso costo, con le svariate applicazioni, collegati a sistemi intelligenti di produzione e immagazzinamento di energia a buon mercato. E poi ancora gli ingegneri informatici specializzati in logistica che applicano protocolli informatici su produzione e consegna in ogni parte del mondo grazie alle piattaforme internet. O gli esperti di marketing impiegati accanto a quelli dei grandi sistemi di analisi (i cosiddetti “big data”) per studiare i mercati da aggredire. Insomma: le tecnologie attendono solo figure creative. 

Seconda pista: l’imprenditoria sociale.
 È un settore molto ampio e dai contorni non sempre chiari all’opinione pubblica (vedere ad esempio www.forumterzosettore.it). Va dalle cooperative di inclusione dei soggetti più deboli (disabili, disoccupati, malati mentali, ex-carcerati, giovani difficili, senza fissa dimora, ecc.) alle imprese sociali più diverse, impiegate dai comuni o enti pubblici per assicurare i servizi sociali di base o quelli culturali e di assistenza, senza dover assumere ulteriore personale in organico. Vi confluiscono 4,7 milioni di volontari, insieme a 681mila dipendenti, 270mila lavoratori esterni e alcune migliaia di temporanei. I bisogni in questo campo riguardano il management, l’amministrazione delle “imprese sociali”, la finanza e il fundraising (tradotto: ricerca di finanziamenti pubblici e privati), il marketing dei servizi offerti e finanche il design per l’innovazione degli stessi. Migliaia di laureati e diplomati in questi campi vi potrebbero trovare lavoro, anche se non subito a tempo pieno e con retribuzione stabilizzata. Ad esempio, l’Università Cattolica di Milano ha varato un “executive master in social entrepreneurship”, segno che il bisogno c’è e anche i mercati di sbocco. 

Terza pista: immigrati imprenditori globalizzati. È una pista interessante e poco esplorata. In Italia gli immigrati sono 5,56 milioni, e tra di loro 497.080 sono “imprenditori” (l’8,2% del totale). “Moneygram” Italia, la società tra i leader mondiali del trasferimento di denaro (339mila agenzie nel mondo), ha indetto un premio giunto alla sesta edizione: il “MoneyGram Award”. Premia le imprese create da immigrati che abbiano dato lavoro, prodotto reddito e si distinguano per innovazione e responsabilità sociale (vedere www.themoneygramaward.com). Ecco alcuni esempi di premiati o premiandi: Radwan Khawatmi (siriano), fonda a Milano la “Hirux International” per audio video, 60 milioni di fatturato. Edith Elise Jaomazava (Madagascar) fonda la Sa.Va. per import spezie alta qualità. Jean Paul Pougala (Camerun) fonda a Torino la “Election Campaign Store” per consulenza elettorale (decine di stati e partiti clienti nel mondo). Florin Simon (rumeno) fonda “Romania Srl” per import-export prodotti romeni (19 ml. di fatturato). Marcin Saracen (Polonia) fonda “FM Group Italia srl” per profumi polacchi di alta gamma (170 mila distributori). Christine Chua (Filippine) fonda “Delta Contract Spa” per sistemi di illuminazione per navi da crociera. Klodiana Kuka (Albania) fonda “Integra” per servizi di accoglienza a migranti. Anisa Dedej (Albania) fonda “Didatticapp” per didattica digitale ed e-learning. Suleman Diara (Mali) fonda “Barikamà” per produzione yogurt biologico e vendita nei Gas (Gruppi di acquisto solidale). Cleophas Adrien Dioma fonda “Le Reseau” per iniziative culturali pro-Africa. Awais Muhammad (Pakistan) fonda “Rahiq Fly Well Travel” per servizi viaggio e accoglienza immigrati. Abdou Ndao (Senegal) fonda “Xelmi Head-Office” per logistica e noleggi container commercio con Africa. Sono alcuni esempi, ma indicano che oggi la creatività e fantasia “premiano” davvero.

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