#Weprayforpeace. L’appello del Papa e la speranza dell’amore

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“Un accorato appello a continuare a pregare con insistenza per la pace in Terra Santa, alla luce dei tragici eventi degli ultimi giorni”. È quello che ha rivolto, ieri mattina, Papa Francesco, dopo la recita dell’Angelus, con i pellegrini giunti a piazza San Pietro. “Ho ancora nella memoria il vivo ricordo dell’incontro dell’8 giugno scorso con il patriarca Bartolomeo, il presidente Peres e il presidente Abbas, insieme ai quali abbiamo invocato il dono della pace e ascoltato la chiamata a spezzare la spirale dell’odio e della violenza”, ha confidato il Pontefice. “Qualcuno potrebbe pensare che tale incontro sia avvenuto invano – ha evidenziato -. Invece no! La preghiera ci aiuta a non lasciarci vincere dal male né rassegnarci a che la violenza e l’odio prendano il sopravvento sul dialogo e la riconciliazione”.
“Esorto le parti interessate e tutti quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale a non risparmiare la preghiera e a non risparmiare alcuno sforzo per far cessare ogni ostilità e conseguire la pace desiderata per il bene di tutti”, ha detto il Santo Padre. E, ha aggiunto, “invito tutti voi ad unirvi nella preghiera. In silenzio, tutti, preghiamo”. Dopo la preghiera silenziosa, Francesco ha rivolto a Dio queste parole: “Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: ‘mai più la guerra!’; ‘con la guerra tutto è distrutto!’. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace… Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono”.

L’EMERGENZA UMANITARIA A GAZA

Giunta al settimo giorno, l’operazione “Protection Edge” (confine protettivo) lanciata da Israele per fermare il lancio di razzi da parte dei miliziani di Hamas, fa segnare un nuovo tragico bilancio. Secondo Caritas Jerusalem, alle ore 9 di oggi, 14 luglio, i morti sarebbero 171, 1.200 i feriti, 230 dei quali bambini e 270 donne. Le case distrutte o gravemente danneggiate dai bombardamenti sono 750, 4.500 gli sfollati e 400mila le persone prive di energia elettrica. A queste cifre devono aggiungersi circa 17mila gazawi residente nella zona nord della Striscia che hanno abbandonato le loro abitazioni dopo essere stati avvisati da Israele di una possibile offensiva di terra e di prossimi bombardamenti. Tutti hanno trovato rifugio presso le sedi delle Nazioni Unite. La Caritas Jerusalem, attraverso sei comitati locali sparsi nella Striscia, lamenta “mancanza di carburante e di generi di prima necessità e denuncia distruzioni di case di civili con l’area di Al-Mawasi sotto bombardamento”. Particolarmente gravi sono “le condizioni dei bambini traumatizzati dalle bombe, dalla morte di loro parenti e dalla distruzione delle loro case. Oltre 1500 di questi piccoli hanno bisogno di supporto psicologico specialistico”.

Altro pericolo che grava sui più piccoli sono gli ordigni inesplosi. Molti, infatti, sono soliti recuperare oggetti familiari tra le macerie delle loro case colpite esponendoli a possibili esplosioni. Emergenza umanitaria confermata al Sir anche dallo staff dell’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi, che opera a Gaza. “Attualmente – fanno sapere dall’Unrwa – abbiamo oltre 10mila persone che si sono rifugiate presso le nostre strutture dopo che l’esercito israeliano le aveva invitate a lasciare le proprie abitazioni, in vista di scontri a fuoco e bombardamenti. Stiamo cercando di aiutarli offrendo riparo generi alimentari, kit per l’igiene personali e coperte. Nessuno di loro sa se e quando potrà rientrare a casa e soprattutto cosa troverà una volta tornato. Gli israeliani hanno come bersaglio anche i civili, case, moschee”. “Il 50% della popolazione di Gaza – spiegano – è composta da persone di meno di 18 anni. Soffrono di traumi psicologici, sono stressati dalla guerra, dal vivere in una condizione di violenza. Per loro il dramma continuerà anche dopo la fine del conflitto, se mai ci sarà la fine. Dobbiamo essere pragmatici e ammettere, infatti, che non vediamo luce in fondo al tunnel”. trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono”.

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