Costituzione, democrazia zoppa e riforme. Cominelli dialoga con Pizzolato

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Abbiamo chiesto, la settimana scorsa, a Filippo Pizzolato esperto costituzionalista, di “fare il punto” sulle discussioni circa le riformi costituzionali e di dire un suo parere sulle votazioni che erano allora in corso nel Senato. Pizzolato esprimeva molte perplessità sulla forma e sui contenuti di quelle riforme. L’altro nostro collaboratore, Giovanni Cominelli, ci manda un suo contributo in risposta a Pizzolato, in un dibattito alto che siamo felici di offrire ai nostri lettori.

La democrazia cammina su due gambe: quella della rappresentanza e quella della decisione. Se una delle due è più lunga dell’altra, la democrazia zoppica. La democrazia italiana è stata costruita, fin dalla Costituente, come una democrazia zoppa: la rappresentanza ipertrofica, la decisione rachitica. Ragioni storiche cogenti, sulle quali qui non è possibile soffermarsi, hanno generato quelle scelte.

DEMOCRAZIA ZOPPA E CRESCITA DELLE CORPORAZIONI

Le conseguenze sono evidenti anche ai non addetti ai lavori: la brevissima durata dei governi e la crescita del potere delle corporazioni. Una politica “indecisa a tutto” ha generato l’autogoverno delle corporazioni, che hanno sottomesso la politica debole e l’hanno usata come cinghia di trasmissione dei costi delle intese, che esse stringevano tra loro. Di qui l’enorme debito pubblico. L’Italia di oggi è il prodotto della debolezza di governo della politica. Ma per molti costituzionalisti, opinionisti e “luogocomunisti” la democrazia continua ad essere tutta e solo rappresentanza, possibilmente proporzionale. Perciò denunciano l’insorgenza di una domanda e di una risposta autoritaria. Ma anche i cittadini meno esperti di Costituzione hanno capito che con l’attuale meccanismo decisionale le corporazioni vincono, loro pagano. Donde la necessità di riequilibrare rappresentanza e decisione, modificando concretamente i meccanismi istituzionali.

RAPPRESENTANZA E DECISIONE

Qualsiasi decisione, anche la più condivisa, si spegne nella palude delle corporazioni, di cui il Parlamento del “porcellum” è diventato la Camera di rappresentanza. Ciò che, dopo estenuanti contrattazioni, passa il vaglio del Parlamento deve poi superare le forche caudine della burocrazia amministrativa. Pertanto, la questione dell’abolizione del bicameralismo non è solo una faccenda simbolica o uno “scalpo”; è il primo passo del rafforzamento del meccanismo della decisione. Altri ne devono seguire: una legge elettorale che garantisca la durata dei governi per 5 anni, la riduzione del numero abnorme di Regioni, oggi diventate tutte quante centri di spesa fuori controllo, l’istituzione di un vero e proprio Senato di 10/11 Regioni (il Bundesrat italiano), la fusione di molti degli ottomila e passa Comuni, ecc… Insomma, si tratta di diventare una democrazia mediamente europea o secondo il modello parlamentare Westminster o secondo il modello semi-presidenziale. Una cosa è certa: non siamo frettolosi, siamo gravemente in ritardo. Le “perplessità” di Pizzolato sono tutte quante alimentate dalla diffidenza verso il revisionismo costituzionale, proprio perché si propone di modificare l’equilibrio tra rappresentanza e decisione.

PROBLEMI E PROSPETTIVE

1. Che la maggioranza di governo avesse un ruolo propulsivo e condizionante decisivo è già accaduto dal 2 giugno 1946 al maggio 1947: la Costituzione è stata scritta dai partiti al Governo. E’ pura astrazione un processo costituente, che si svolga al riparo dalle forze reali in campo;

2. La revisione costituzionale appartiene alle funzioni ordinarie del Parlamento, che, d’altronde, la Corte costituzionale ha definito pienamente legittimo, rispondendo a Grillo e ad altri, benchè eletto con il Porcellum;

3. Che la richiesta di governo da parte dei cittadini venga interpretata quale “umore generale” tendente alla semplificazione para-autoritaria della democrazia è solo l’esito di un teorema occulto, che riduce la democrazia al solo rappresentare;

4. Il federalismo finora non si è visto; restano i conflitti di competenze tra Stato e Regioni, prodotti dal nuovo Titolo V, cui si sta faticosamente cercando di rimediare, richiamando al centro alcune competenze;

5. Parlare di “pretesa molesta della velocità”, dopo l’esito fallimentare di tre Commissioni bicamerali – Commissione Bozzi del 1983/85, Commissione Jotti del 1992/94, Commissione D’Alema del 1997/989 – istituite per la revisione costituzionale e tutte fallite, risulta surreale;

6. O si ritiene che la revisione costituzionale sia ulteriormente rinviabile – questo sembra pensare Pizzolato – oppure la si fa ora con le forze che ci sono, tra cui Berlusconi;

7. O si ritiene che il ritorno al sistema elettorale proporzionale – inevitabile, dopo la sentenza della Corte sull’incostituzionalità del Porcellum – sia la cosa migliore oppure serve da subito una nuova legge elettorale;

8. Il popolo si affida a sempre nuove “attese messianiche”, secondo un vizio antico? A quanto pare, ancora più antico è il vizio di attribuire al popolo una buona dose di stupidità. Anche i più incolti di questioni costituzionali sanno che l’Italia è all’ultima spiaggia e che occorre spezzare la spirale del declino. Servono, dopo decenni, delle decisioni. Occorre una macchina decisionale più veloce e più efficace. Una democrazia che rappresenti, una democrazia che governi. Si veda alle voci Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia ecc…

D’altronde chi non ha la memoria corta ricorderà che il punto n.ro 4 del governo Prodi del 1996 prevedeva esattamente l’abolizione del bicameralismo paritario e il Senato delle Regioni. Sono passati 18 anni!

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