La croce. La forza della debolezza e il paradosso cristiano

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Immagine: Michelangelo, Giudizio universale, Cappella Sistina (particolare)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno… (Vedi Vangelo di Matteo 16, 21-27. Per leggere i testi liturgici di domenica 31 agosto, ventiduesima del tempo ordinario “A”, clicca qui).

Matteo, il vangelo che stiamo leggendo in queste domeniche, con il capitolo 16, fa iniziare un nuovo ciclo nell’insegnamento di Gesù: da ora in poi egli parla apertamente della sua morte. Nel vangelo di domenica scorsa Pietro aveva professato la sua fede: Gesù è il Messia. Ma che Messia è Gesù?

IL MESSIA IN CROCE

Nel vangelo di oggi egli lo spiega: «Cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto». “Doveva”: il senso di questo verbo è che la sofferenza e la morte rientrano in un piano di Dio, non sono un incidente banale o tragico. In un primo momento la morte di Gesù sembrerà, a coloro che la decideranno, un atto molto ragionevole. Tutte le categorie più in vista di Israele si metteranno d’accordo per mandare a morte Gesù: gli anziani, cioè i rappresentanti delle ricche famiglie di antica tradizione ebraica; i capi dei sacerdoti, responsabili del tempio; gli scribi, studiosi di scrittura e uomini di cultura. Ma a quella morte apparentemente così giusta, Dio risponderà, negandola, cioè facendo risorgere Gesù. Forse l’annuncio della risurrezione doveva addolcire il dolore della passione. Ma da quello che dice Pietro subito dopo, si intuisce che né lui né gli altri hanno capito veramente che cosa voleva dire: “risorgere il terzo giorno”.

PIETRO DIVENTA “SATANA”

Infatti Pietro prende “in disparte”, Gesù e gli dice che non è possibile che il messia finisca la sua vita come un comune malfattore. Pietro, naturalmente, ricorda molto bene quello che è raccontato nel primo libro dei Maccabei. Giuda maccabeo si mette alla testa di un forte esercito, sconfigge gli stranieri pagani, restaura Gerusalemme e il tempio. Pietro non abbandonerà mai questa idea. Perfino nel Getsemani, quando Gesù sta per essere arrestato, Pietro estrae la spada e si mette a combattere: vuole ripetere le gesta dell’antico difensore della fede ebraica. Ma Gesù lo rimprovererà: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?». È lo stesso rimprovero che gli rivolge, più duramente, adesso: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».”. “Va dietro a me”, cioè ritorna a seguirmi, a essere discepolo, perché, con quello che hai detto, non lo sei più; oppure, secondo altre traduzioni: “Vai via da me, lontano da me, vattene”. Pietro infatti è diventato Satana. Satana significa “avversario”, “ostacolo”: Pietro è colui che si oppone, infatti, perché rifiuta il progetto di Dio. Gesù dunque annuncia la sua passione: deve donare la sua vita per gli altri e aggiunge che coloro che gli vogliono andare dietro devono fare la stessa cosa e come il loro maestro, essere disposti a perdere tutto se vorranno “guadagnare” il Regno. Chi vuole “guadagnare” la vita, tenerla per sé, la perde; chi invece la perde perché la affida al Signore e la dona come lui, la guadagna.

UNA LOGICA SORPRENDENTE

Pietro “prende in disparte” Gesù. La fatica più grande non è tanto quella di capire, ma di accogliere la croce. La croce è la forza paradossale della debolezza, la forza di chi si indebolisce dando tutto se stesso. Ora di fronte a Dio, noi siamo sempre in bilico: Se, per me, Dio è forte, potente, allora la mia tentazione sarà quella di servirmi di Dio, di annettermelo. Dio è forte ed è forte per me. La conseguenza inevitabile della fede in un Dio forte è che difficilmente essa farà nascere un atteggiamento di servizio verso gli altri. La visione del vangelo di oggi è invece quella di un Dio servo, di un Dio debole che serve me. Ma se servo lui che serve me, faccio come lui e quindi mi dono ai fratelli. Allora tutta la mia vita diventa un dono. Quello che, all’inizio, sembrava uno smacco perché Dio finiva in croce, alla fine diventa il trionfo dell’amore e del servizio. Allora devo decidere il da farsi: mi oppongo, faccio come Pietro e divento pietra d’inciampo, scandalo, oppositore, satana. Oppure accetto la logica sorprendente del mio Signore che amandomi, dà tutto per me, muore in croce e, così facendo, mi costringe amorosamente ad amare e a trovare l’amore proprio là dove la logica del mondo non lo troverebbe mai.

Emmanuel Mounier, grande filosofo francese del secolo scorso, di fronte a sua figlia gravemente handicappata: «Che senso avrebbero le cose se la nostra figlioletta fosse soltanto un po’ di carne rovinata e non invece questa bianca ostia che ci sorpassa tutti, un’infinità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se potessimo vederlo faccia a faccia… Non dobbiamo perdere questi giorni perché dimenticheremmo di prenderli per quello che sono: giorni pieni di una grazia sconosciuta».

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