Elemosina sì o no? I mendicanti danno noia. Ma aiutare le persone in difficoltà è un valore

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Elemosina sì, elemosina no? In questi giorni, in Italia, questo tema antico come la convivenza umana torna alla ribalta tra dibattiti, ordinanze, divieti, tentativi di regolamentazione. Abbiamo raccolto il parere del professor Roberto Cipriani, docente di sociologia all’Università Roma 3.
Professor Cipriani, gli ultimi episodi di cronaca hanno riportato all’attenzione il fenomeno dell’elemosina in Italia. Come lo inquadrerebbe dal punto di vista sociologico?
“L’elemosina rappresenta un fenomeno di natura storica, una modalità solidale che risale alla notte dei tempi. C’è sempre stata questa esigenza di aiuto in situazioni di difficoltà. Naturalmente, la richiesta di elemosina può avere motivazioni fondate o essere semplicemente strumentale all’acquisizione di ciò che è necessario per vivere, senza che vi sia un adeguato impegno o sforzo. Non siamo quindi di fronte ad un nuovo fenomeno, ma all’accentuazione, dovuta alle contingenze socio-economiche attuali, di qualcosa di consueto per la convivenza umana”.
Professore, che relazione c’è tra elemosina e giustizia sociale?
“La giustizia sociale non si risolve con l’elemosina. Lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini, ha il compito di realizzare le premesse necessarie perché vi sia una giustizia sociale compiuta. Ovviamente, dovrebbe eliminare la necessità di ricorrere all’elemosina. Ma potranno sempre esistere contingenze storiche, del tutto straordinarie, in cui anche i gesti di elemosina possono contribuire a superare difficoltà transitorie di singole persone”.
Quali i rischi potenziali legati alla pratica dell’elemosina?
“C’è sempre la possibilità che le elemosine siano involontariamente destinate a persone non realmente bisognose, sottraendole così a quei soggetti che vivono situazioni di autentico disagio. D’altro canto, l’elemosina elargita a soggetti che fanno di questo modo di vivere una ‘professione’ non è certamente un contributo all’instaurazione della giustizia sociale. È chiaro che tra un’elemosina data per strada e un intervento di sostegno a situazioni di disagio attraverso un’elargizione ad organizzazioni riconosciute, con progetti chiari e significativi, è da preferire la seconda soluzione, anche per ragioni di efficacia. Ma certamente non è da escludere o sminuire la possibilità di un intervento caritativo diretto per risolvere una situazione eccezionale e difficile”.
La pratica dell’elemosina è indicata, pur con accenti differenti, in tutte le grandi religioni. Oltre la pura filantropia, dunque, che valori può veicolare?
“Prendiamo ad esempio due religioni abbastanza diverse, l’induismo e l’islamismo. In entrambi i casi, contribuire con l’elemosina a una situazione di evidente disagio è uno dei canoni, anzi, per l’islam in particolare, uno dei cinque famosi pilastri della pratica religiosa. Aiutare le persone bisognose rientra senz’altro tra i doveri principali prescritti dalle religioni, anche come forma esemplare, perché abitua a caricarsi delle necessità altrui, a considerare l’altro come persona bisognosa di un intervento. Dunque, l’elemosina è certamente un valore sul piano educativo e della socializzazione, un riferimento per le generazioni future che si abituano così a contribuire alle esigenze altrui”.
Quali considerazioni le suggeriscono i recenti episodi, occorsi da Nord a Sud in Italia, di intolleranza e rifiuto per il fenomeno dell’elemosinare?
“Una prima considerazione di stampo prettamente sociologico è che siamo di fronte ad uno dei cosiddetti fenomeni ‘a grappolo’: prima ce la prendiamo con i ‘vu cumprà’, poi ce la prendiamo con l’elemosina, e così via, a catena. Una seconda considerazione riguarda il fatto che, talvolta, dietro queste modalità di richiesta di denaro purtroppo si celano vere e proprie organizzazioni delinquenziali. Parto dalla mia esperienza: ogni mattina, all’uscita della metropolitana, osservo la presenza di alcune persone che chiedono l’elemosina, sempre le stesse, talvolta con una sorta di rotazione ciclica. Alcuni di loro, mi pare di capire, agiscono individualmente, senza essere soggetti ad alcuna organizzazione che li gestisce, altri chiaramente sono legati a soggetti che persino li accompagnano sul posto della questua e controllano l’andamento ‘economico’ della giornata. Queste sono le forme da contrastare perché rappresentano delle vere modalità di sfruttamento della povertà altrui”.
Cosa suggerirebbe al sindaco di Padova che ha decretato la linea dura anti-mendicanti, fino a prevedere la confisca del denaro ricevuto in elemosina?
“Tempo fa si è parlato di quest’uomo che voleva separare una zona dal resto della città per ragioni di controllo dello smercio della droga, della prostituzione, e così via. Adesso si parla di questo intervento che riguarda l’elemosina. Probabilmente, un soggetto che decide in questi termini è poco informato, non conosce le situazioni, non si pone reali problemi di sviluppo sociale o di politica sociale. D’altro canto, anche sul piano legislativo e costituzionale, mi domando se possa essere mai consentito, a fronte di una donazione liberale, sequestrare alla persona beneficata il denaro ricevuto da un atto di elemosina. Questo non sembra giustificabile in alcun modo, a meno che non vi siano fattispecie di reato da contrastare. Più probabilmente si tratta di una boutade, di una frase ad effetto, di un messaggio in chiave politica che fa l’occhiolino alla propensione quasi istintuale a risolvere drasticamente le questioni complesse”.

 

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1 commento

  1. Giovanni Ronchi on

    Aiutare le persone in difficoltà non è semplicemente un valore direi è il ” Valore ” perché è su questo che saremo giudicati, almeno così mi pare di capire leggendo il Vangelo di Matteo ( 25,33 …. ). Un Cristiano non può non fare l’elemosina, ovvero soccorrere, nei modi più opportuni, in base alle proprie possibilità , chi versa in stato di bisogno. Il Prof. Cipriani ci dice chiaramente che vi sono veri bisognosi, ma anche soggetti più o meno organizzati che hanno fatto della questua una redditizia professione, a volte coinvolgendo e sfruttando altre persone, bambini, donne ed invalidi compresi. Come discernere fra una mano tesa e l’altra? La mia esperienza mi insegna che molte persone, con orgogliosa dignità, nascondono il loro reale stato di bisogno e con pesanti sacrifici mettono in pratica il detto ” aiutati che Dio ti aiuta “; altri invece ” piagnucolano ” sfruttando il ” buonismo ” di organizzazioni o persone, che elargiscono a pioggia, senza accorgersi che chi così riceve, a volte spreca il ricevuto e ha del superfluo. Io sono dell’avviso che mai si devono dare soldi brevi manu! Sempre individuare il reale bisogno contingente delle persone. Individuare le forme più appropriate e soddisfare il bisogno. Sempre il beneficiario deve essere chiamato ad un ruolo attivo per dare in qualche modo il suo contributo personale ( Es. Tizio non ha i soldi per pagare l’affitto? L’Ente X, l’Associazione Y, lo pagano direttamente al locatore. Tizio dedicherà parte del suo tempo all’Ente, all’Associazione o ad altra opera di pubblica utilità ). I provvedimenti presi da alcuni Sindaci o le rimostranze di cittadini contro i ” questuanti ” a mio avviso non sono da interpretare come una chiusura all’altro, ma il segnale che la misura è ormai colma ed è ora di aiutare chi ha realmete bisogno, che non è mai invadente, insistente, minaccioso, vendicoso…… Penso che non elargendo mai soldi, brevi manu, e chiedendo, sempre, un contributo attivo al beneficiario, molti cambieranno professione.

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