Don Virgilio Balducchi: in carcere d’estate i detenuti si sentono ancora più abbandonati

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«È il racconto di un sogno, quello di provare ad essere spensierato dietro le sbarre». Recita così il «claim» del video girato nel carcere di Enna, sulle note della ormai celebre hit di Pharrell William, «Happy». Si può essere «Happy dentro» – come suggerisce il titolo – nelle 205 carceri italiane? Lo abbiamo chiesto a don Virgilio Balducchi, da due anni responsabile dell’Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane. Sono circa 220 i cappellani che prestano il loro servizio nei penitenziari della Penisola, accanto agli agenti di custodia e agli altri operatori. Migliaia i volontari sparsi sul territorio.

Carceri sovraffollate: in estate è un problema in più?
«Oggi la situazione è un po’ migliorata: la capienza regolamentare delle carceri è di 49 mila persone, attualmente siamo a 58 mila. La situazione è in generale un po’ più leggera rispetto al passato, perché ci sono diverse persone in uscita dal carcere, anche se in carceri come Milano, Palermo o Firenze la situazione è ancora molto grave. Un leggero miglioramento c’è, ma i problemi strutturali del carcere rimangono: ci sono carceri non totalmente sistemate con decenza, non in tutte ci sono attività lavorative di socializzazione che aiutino le persone a vivere in modo un po’ più sereno. In alcune carceri si applica una vigilanza meno ristretta e i detenuti possono stare più ore fuori dalla cella, però rimane il fatto che la maggior parte dei detenuti non ha una attività a cui applicarsi. La percentuale di detenuti che ha un lavoro da svolgere è molto bassa, e il disagio aumenta in estate, quando gli agenti devono fare il loro riposo e anche chi tra i detenuti svolge un’attività si blocca. In agosto chi sta in carcere si sente ancora di più abbandonato, anche se molti volontari non fanno mancare totalmente la loro presenza».

Se dovesse tracciare una “mappa” delle carceri italiane, traccerebbe una linea netta tra Nord e Sud?
«Non è un problema di Nord e Sud, ma di tipologia del carcere e di sensibilità della comunità esterna, che può essere più o meno partecipe. In Italia la situazione è a macchia di leopardo: ci sono situazioni che preoccupano, ma anche belle esperienze, dove la collaborazione tra gli operatori del carcere, il mondo della cooperazione sociale, gli enti pubblici permette di far uscire le persone dal carcere per andare a lavorare. Il problema è che il carcere nel nostro Paese viene utilizzato come la modalità principale per scontare la pena».

Di recente anche il presidente Napolitano ha richiamato l’attenzione delle forze politiche sull’emergenze carceraria: è sufficiente discutere di amnistia e d’indulto?
«Non ci si può limitare a questo. Napolitano ha dato un’indicazione precisa: siamo in emergenza, ci vogliono strumenti per affrontare l’emergenza, ma poi si deve dar corso all’amministrazione della giustizia, altrimenti tra qualche anno siamo daccapo. Bisogna abbattere il volume dei moltissimi procedimenti in corso. Ci vuole una riforma seria che veda il carcere come “extrema ratio”: le misure alternative, l’affidamento, la semilibertà, la mediazione penale, i lavori socialmente utili dovrebbero essere le pene prioritarie, e il carcere dovrebbe diventare un rimasuglio. Per realizzare tale obiettivo ci vuole però la riforma del Codice penale, che speriamo arrivi presto».

Ci vuole un ribaltamento di prospettiva?
«Certamente. A partire dalla consapevolezza che le pene sul territorio non sono meno responsabilizzanti o faticose del carcere: lavorare per mantenere la famiglia o riparare al danno fatto è più faticoso che stare a far niente tutto il giorno».

È la «sfida del reinserimento sociale» di cui ha parlato il Papa incontrando i detenuti a Isernia e Castrovillari…
«Papa Francesco ne parla chiaramente, e non fa distinzioni tra “dentro” e “fuori”. Ci si può sempre tirare fuori, ma bisogna allontanarsi dal male. E anche chi ha commesso dei reati deve poterlo fare. Per chi vive a stretto contatto con i detenuti, la barriera tra “dentro” e “fuori” è caduta da tempo: gran parte dei cappellani, ad esempio, si spende anche al servizio del territorio per il reinserimento sociale, e nel 2013, sono state migliaia le persone che i cappellani hanno accolto: detenuti in permesso o che usufruivano delle misure alternative, con le loro famiglie. In poco più di un anno e mezzo, un progetto finanziato dalla Cei e realizzato tramite la collaborazione dell’Ispettorato con la Caritas e Migrantes ha fatto uscire dal carcere 15 donne con bambini».

Quali sono le richieste di aiuto che arrivano ai cappellani?
«Sono di tutti i tipi: da quelle più banali o materiali fino a quelle spirituali. Tra i reclusi è in crescita la richiesta dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, e c’è chi riscopre la propria fede riavvicinandosi alla comunità. I detenuti chiedono di capire e di ragionare sulla loro situazione, vogliono riflettere sulle parole del Papa e sul significato che hanno. Come a Larino: non c’è stata nessuna “rivolta”, ma una semplice richiesta di chiarimento dopo la scomunica ai mafiosi pronunciata poco prima a Cassano. Volevano saperne di più, il Papa aveva scosso le coscienze».

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