«I siriani sono grati a persone come Vanessa e Greta. Il nostro Paese ne ha bisogno»

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Il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha invitato a pregare per le due ragazze rapite in Siria, la bergamasca Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, di Gavirate. Prosegue il lavoro della diplomazia e dei servizi segreti italiani e internazionali per ritrovarle e riportarle a casa. Il padre di Vanessa ha lanciato un appello ai rapitori: «Vi prego, non fate loro del male. Sono venute nel vostro Paese solo per fare del bene. Oggi vi proponiamo un ritratto di Vanessa tracciato da una giornalista musulmana Siriana, Asmae Dachan.
Una persona discreta, buona che non ha voltato le spalle al dramma della Siria. Asmae Dachan, giornalista musulmana siriana che vive da anni in Italia conosce Vanessa Marzullo, la ragazza di 21 anni di Brembate, che con Greta Ramelli, 20 anni di Gavirate, sono state rapite in Siria. Le due cooperanti sono state portate via da una banda di criminali nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto facendo irruzione nell’appartamento dove vivevano, situato vicino a Idlib, nella zona di Aleppo, dove erano arrivate con due guide appena tre giorni prima. Dachan è restia a parlare. Non è questo il momento delle parole ma del silenzio e della preghiera. Se accetta, lo fa solamente per dire che i siriani sono grati a persone come Vanessa e Greta. «Ci siamo conosciute – racconta – tramite le nostre rispettive righe sulla Siria, una conoscenza epistolare. Ci siamo incontrate a diverse iniziative di solidarietà. Quello che ti colpisce di Vanessa è che è una persona sempre discreta ma molto forte perché di fronte al dramma siriano, non si è voltata dall’altra parte».
Chi è Vanessa?
«Vanessa la conoscono tutti gli attivisti siriani, tutti coloro che alla stazione di Milano prestano accoglienza ai profughi e che sul web hanno preso a cuore la Siria in questi ultimi tre anni. Una ragazza delicata, una ragazza molto idealista, buona».
Perché si è impegnata su questo fronte. Che cosa la colpiva del destino del popolo siriano?
«Sicuramente la morte di innocenti e il silenzio che ha circondato il dramma siriano in questi tre anni. Parla inglese e arabo, si è documentata ed è entrata in contatto con tanti siriani. E quello che l’ha mossa è questo senso di ingiustizia, questo dolore per tanti innocenti abbandonati al proprio destino».
Talmente tanto coinvolta da spingerla ad attraversare il confine. Che cosa spinge una ragazza di 20 anni a rischiare la propria vita?
«Sono sconcertata. Sicuramente ciò che l’ha spinta è il suo altruismo. Sono convinta che la motivazione sia quella di portare anche se è solo una goccia il proprio aiuto, la propria vicinanza alla gente che è entrata nel suo cuore».
Anche tu sei una giovane donna e sei stata in Siria. Quante volte?
«Due volte».
Alcuni oggi si chiedono perché mettere a rischio la propria vita. Partendo dalla tua esperienza, come le vivi queste polemiche?
«Sono assolutamente fuori luogo, assolutamente irrispettose dello stato di ansia della famiglia e di tutti coloro che le conoscono e le stanno aspettando. Non è questo il momento delle polemiche. È piuttosto il momento di lasciar lavorare chi di dovere per riportarle il più presto possibile a casa e per chi crede come noi, è il momento di pregare per la loro incolumità e la loro tutela».
Cosa vuol dire andare in Siria e cosa si vede?
«La Siria è un paese che sta morendo, che da più di tre anni sta vivendo questo genocidio di cui il mondo fatica ad accorgersi. Ci sono ormai più di 200mila vittime accertate, oltre un milione di feriti, 650mila mutilati. La Siria è un paese devastato, distrutto. Distrutte le abitazioni, distrutti i luoghi di culto, distrutti i siti storici. È terribile dirlo perché è un espressione che nessuno di noi vorrebbe pronunciare però è un paese che sta lentamente morendo. Lo vediamo anche negli occhi dei siriani che cercano di raggiungere l’Europa attraverso il mare e quindi che sbarcano in Italia. La gente non ha più nulla, in certi quartieri non c’è acqua potabile perché gli acquedotti vengono bombardati. È una situazione al limite della sopportazione umana. Né nelle città né nelle tendopoli si può parlare di vita vera: la gente sopravvive e basta».
La Siria di che cosa ha bisogno? Ha bisogno di queste persone che le non voltano le spalle?
«Sto pensando anche ad un’altra persona, ad un altro italiano che è padre Paolo Dall’Oglio che manca al nostro sguardo da più di un anno. Queste persone che sono vicine a noi e che sono italiane, nel loro esempio e nelle loro vicende, ci raccontano di un dramma che è in corso. La Siria ha immediatamente bisogno della cessazione delle armi e di apertura di corridoi umanitari subito perché non è possibile immaginare una popolazione di milioni di sfollati. La Siria ha bisogno della preghiera di tutti. Non è una guerra di religione. È un genocidio in cui stanno morendo cristiani e musulmani. Per secoli emblema di convivenza, la Siria oggi è fortemente minacciata nella sua identità. Ha bisogno di pace, di giustizia, ha bisogno soprattutto di aiuto».
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