Aiutiamo i giovani sulle ragioni della fede. Dialogo fra il prof e il prete

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Il 17 settembre u.s., all’Assemblea del clero della nostra diocesi di Bergamo, il Vescovo ha rimarcato l’urgenza di aiutare adolescenti e giovani a trovare le ragioni della fede.
Mons. Beschi era reduce dal pellegrinaggio a piedi di 600 giovani da Assisi a Roma, durante il quale molti ragazzi l’avevano avvicinato e camminando gli avevan “consegnato” i loro dubbi e il loro bisogno di aiuto nel cammino di fede.
Il giorno seguente un mio amico, professore emerito di filosofia, mi ha scritto una lettera chiedendomi il mio parere.
Ho pensato che il nostro scambio potrebbe essere di qualche interesse anche per i miei quattro lettori. Ecco perciò, punto per punto, le obiezione dell’amico professore e, per quello che vale, la mia risposta.
Un solo consiglio per un’utile lettura: si legga prima tutta la lettera del professore. Poi la si riprenda punto per punto e ad ogni punto si veda la mia ri-sposta. Buona lettura.

Non sono solo i “giovani” a chiedere aiuto sulle “ragioni della fede” e quindi non bastano certo le équipes educative negli oratori in cui non c’è più il sacerdote (come direttore dell’oratorio);

Anche nel mondo degli adulti occorre presentare e richiamare il tema delle “ragioni del credere” (e questo non lo si fa indicendo varie “feste della comunità parrocchiale” che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano, specialmente se sono costellate da canzonette e ritrovi folkloristici)

C’è piuttosto da pensare come e dove trovare le invocate “équipes educative, che ovviamente non si improvvisano e richiedono persone preparate e formate. Ci sono?

Quanto al mondo degli adulti (e dei genitori) conviene chiedersi se questi sanno dare esempi convincenti e seri ai giovani sulla “vita di fede” o se hanno rinunciato a questo oneroso compito… perché anche loro sono in certo modo… a zero. (Cfr. certe risposte al famoso “questionario” sulla famiglia per l’imminente Sinodo).

Il doloroso e drammatico episodio dello studente del Liceo scientifico ‘Lussana’ è certo un campanello d’allarme che esige precisi esami di coscienza (certo non risolvibili con le suddette “feste della comunità”).

Questa la lettera del professore. Adesso cerco, punto per punto, rispondere alle sue autorevoli provocazioni.

1. Non sono solo i “giovani” a chiedere aiuto sulle “ragioni della fede” e quindi non bastano certo le équipes educative negli oratori in cui non c’è più il sacerdote (come direttore dell’oratorio);

Ovviamente! Ma se si parla di pastorale giovanile si punta l’obbiettivo sui giovani. Di altro si parlerà in altra occasione.
Professore, eviti il rischio di passare per altrovista, di quelli che il problema più importante è sempre un altro. Gli altrovisti han sempre ragione, ma se si desse ascolto a loro non si potrebbe più parlare di niente, perché, come dicono loro,… il vero problema è sempre un altro.
Io credo che il Vescovo abbia messo in evidenza una delle maggiori urgenze della catechesi di oggi.  Se lei guarda i piani e i programmi di catechesi, soprattutto di quella degli adolescenti e dei giovani, lei vedrà una fila di organigrammi, ma quasi nessuna attenzione ai contenuti. Per cui viva il Vescovo per quel suo richiamo. Finalmente il Vescovo ha messo in evidenza il problema più vero della pastorale e della catechesi giovanile. Era ora!

2. Anche nel mondo degli adulti occorre presentare e richiamare il tema delle “ragioni del credere” (e questo non lo si fa indicendo varie “feste della comunità parrocchiale” che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano, specialmente se sono costellate da canzonette e ritrovi folkloristici).

Quanto detto sopra, non sminuisce per niente questo suo secondo punto sul quale concordo pienamente. Anche Giovanni Paolo II è d’accordo con lei. Nella Cathechesis tradendæ (n. 43) dice che la catechesi degli adulti è la è più importante di tutte e (n. 60) ha come scopo di formare dei «cristiani sicuri nell’essenziale e umilmente lieti nella loro fede».
Metto solo un bemolle alla sua musica, sempre per evitare l’altrovismo: le “feste della comunità” ovviamente non sono la catechesi e sarebbe dannoso farle passare per tale, ma la parrocchia è “la famiglia delle famiglie” e nella famiglia stanno bene anche le feste e possono aiutare psicologicamente anche gli altri “momenti” più importanti.

3. C’è piuttosto da pensare come e dove trovare le invocate “équipes educative”, che ovviamente non si improvvisano e richiedono persone preparate e formate. Ci sono?

Non ci sono. Questo è uno dei più grossi problemi che le nostre comunità fortemente impostate sul clericalismo dovranno affrontare in quest’epoca di (provvidenziale?) crisi di vocazioni al presbiterato e tutti dovremo impegnarci a risolverlo.

4. Quanto al mondo degli adulti (e dei genitori) conviene chiedersi se questi sanno dare esempi convincenti e seri ai giovani sulla “vita di fede” o se hanno rinunciato a questo oneroso compito… perché anche loro sono in certo modo… a zero. (Cfr. certe risposte al famoso “questionario” sulla famiglia per l’imminente Sinodo).

Continua il discorso di cui sopra, che ci riporta anche alla primaria importanza del primo punto. Gesù nel Vangelo di Luca chiede: Quando tornerà il Figlio dell’uomo troverà ancora la fede sulla terra? (In Italia? A Bergamo?).
Nei prossimi anni la nostra Chiesa non dovrà mancare di porsi e di risolvere questo problema perché il coinvolgimento dei genitori come primi educatori nella fede diventa sempre più imprescindibile.
Se lei sapesse la fatica che da anni stanno facendo i parroci nel cercare di convincere i genitori ad un impegno anche minimo in questo senso…

5. Il doloroso e drammatico episodio dello studente del Liceo scientifico ‘Lussana’ è certo un campanello d’allarme che esige precisi esami di coscienza (certo non risolvibili con le suddette “feste della comunità”).

Se posso permettermi un consiglio: non perda tempo nella polemichetta contro le “feste della comunità”, che come ho detto hanno un loro piccolo, ma vero significato. Il clima di festa gioiosa può aiutare giovani e meno giovani a fare esami di coscienza e progetti di vita più fiduciosi.
Con la sua riconosciuta saggezza e lucidità di pensiero dia piuttosto una mano a rispondere alle domande che lei stesso ha posto ai punti 3 e 4 e ci faccia il regalo di non limitarsi a dire che cosa non serve o che cosa serve meno, ma ci doni proposte positive di contenuto e di metodo. La Chiesa di Bergamo (a cominciare dai parroci) gliene sarà grata.

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2 commenti

  1. caterina marchesi on

    Don Giacomo mi scusi , non me ne voglia, la prego , ma è arrabbiato? Non mi sembra tanto cristiano (o forse lo è troppo?) di dar risposte. Buona sera da 🙂 una dei quattro

  2. Francesco Rampinelli on

    A furia di interrogarci sul “come” abbiamo smarrito il “cosa”. Come rimediare? Non so. Nel mio piccolo, faccio ripetizioni di dottrina ai miei tre figli con un sunto del Catechismo di San Pio X. Poi vanno all’oratorio a fare le drammatizzazioni della parabola del buon pastore: un anno intero per immedesimarsi chi nel buon pastore, chi nella pecora, chi nell’erba. Perché l’importante è stare insieme e far festa …

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