La buona scuola? Punti forti e punti deboli nel progetto di riforma

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Il programma della riforma del sistema dell’istruzione ideata dal Governo Renzi è raccolto in un documento ampio, con una veste grafica un po’ da prodotto dolciario: il fascicolo si intitola “La buona scuola” e si può scaricare in formato pdf da Internet (sempre all’indirizzo www.labuonascuola.gov.it, è possibile portare un proprio contributo e osservazioni volte «a migliorare le proposte, a capire cosa manca, a decidere cosa sia più urgente cambiare e attuare»).
Comprende appunto quattro contributi ispirati a una volontà costruttiva il volumetto La scuola di Renzi. L’ultima occasione? (pp. 64, € 4,50), pubblicato dall’Editrice La Scuola di Brescia e giunto nelle librerie proprio in questi giorni. Gli autori dei testi sono Mario Falanga, Fabio Pruneri, l’onorevole Milena Santerini e il trevigliese Pier Cesare Rivoltella, docente di didattica e tecnologie dell’istruzione all’Università Cattolica di Milano, oltre che direttore della rivista Scuola italiana moderna.
«Nel programma di una riforma scolastica che il Governo vorrebbe avviare già nel prossimo futuro – afferma Rivoltella – vi sono delle parti più convincenti e altre dubbie. Personalmente, proverei a bere dal bicchiere mezzo pieno, senza passare sotto silenzio le criticità».

Il programma de La buona scuola pare essere nato dall’esigenza di far fronte ad alcune emergenze e questioni ormai ineludibili, relative soprattutto ai “docenti precari”. Proprio per questo, sembra piuttosto sbilanciato sul “versante dei professori”, rispetto ad altre dimensioni e problemi dell’organizzazione scolastica. Condivide questo giudizio?
«Sì, è così. In effetti, è giusto riconoscere che, per quanto attiene alla carriera dei docenti, il documento comprende un importante aspetto di novità: finalmente, si pone l’accento sullo sviluppo professionale degli insegnanti. Questi, pur non avendo un albo o un ordine, sono indubbiamente dei professionisti: non si può dunque immaginare che per loro l’aggiornamento costituisca un optional. La conoscenza, oggi, cresce vertiginosamente e la complessità a cui la scuola dovrebbe permettere di accedere aumenta allo stesso ritmo: un professionista dell’insegnamento deve perciò impegnarsi in una costante attività di formazione. Non ci sono dubbi al riguardo. Le perplessità riguardano i modi con cui si pensa di tradurre in pratica il principio dell’aggiornamento. A me piacerebbe sapere, per esempio, attraverso quali misure si intenderebbe “contabilizzare” il credito formativo, didattico e professionale dei singoli docenti. Sempre per quanto riguarda la formazione dei professori, poi, vi è un altro punto altamente problematico».

Quale?
«Il documento La buona scuola sembra dare per scontato, in modo un po’ demagogico, che la formazione dei docenti possa avvenire sostanzialmente entro i confini della loro stessa categoria professionale. È un equivoco pericoloso: non capisco come si possano dare dei margini di crescita professionale del corpo docente, se non si istituisce una relazione fertile con il mondo dell’università e della ricerca (con i suoi rappresentanti seri, intendo dire, non con quelli che millantano delle competenze scientifiche). Pensare che all’interno del sistema della scuola italiana vi siano già tutte le risorse di cui esso necessita per crescere, beh, mi pare un atteggiamento simile a quello del Barone di Münchausen, che raccontava di essersi sollevato da sé dalla palude in cui stava sprofondando, tirandosi per il codino».

Proviamo, per un attimo, a pensare male: vi è il rischio che una certa retorica dell’aggiornamento porti a una proliferazione di corsi spesso soporiferi, in cui i partecipanti si limiterebbero a firmare in ingresso e (con comprensibile sollievo) in uscita?
«Appunto, vi è il pericolo che per acquisire i crediti basti scaldare una sedia per un certo numero di ore, invece che prender parte a delle attività in cui davvero si mettano alla prova le proprie capacità professionali. Aggiungerei una considerazione che mi pare perfino ovvia: l’aggiornamento degli insegnanti deve realizzarsi anche sul piano personale, in chiave non formale».

Intende dire, per esempio, che un docente di Storia dell’Arte non può parlare sensatamente della Galleria degli Uffizi o delle Stanze Vaticane senza esservi stato? Così come un docente liceale di Fisica non può conoscere i Laboratori di Frascati o del Cern solo per i racconti di altri?
«Voglio dire che per un insegnante i libri, l’abbonamento a una rivista didattica e a un giornale, le visite ai musei, l’assistere a dei film e a degli spettacoli teatrali dovrebbero costituire il pane quotidiano. Da questi ingredienti dipende sia la sua capacità di essere al corrente delle cose del mondo, sia la sua informazione sullo “stato dell’arte” della disciplina che insegna. Su questo punto, un governo che invoca costantemente la “concretezza” avrebbe potuto (in realtà, potrebbe ancora) adottare una misura concreta e semplice, defiscalizzando le spese per attività di autoformazione fino a una certa cifra massima annuale, come si fa per le cure mediche e per i lavori di ristrutturazione di una casa. Per inciso: nell’attuale situazione di crisi, questo sarebbe anche un modo per far ripartire il mercato editoriale italiano».

Sempre riguardo alle carriere degli insegnanti, a partire dal loro reclutamento: nel saggio che ha scritto per il volumetto La scuola di Renzi, intitolato La scuola generativa, lei afferma che i concorsi ordinari a livello nazionale non rappresentano la soluzione migliore.
«A me pare che questo meccanismo comporti un paradosso. Ai concorsi, ormai, potranno partecipare solo quegli aspiranti docenti che dispongano di un’abilitazione. Ora, che cosa significa “essere abilitati”? Se le parole hanno un senso, che si dispone delle competenze necessarie per esercitare una professione; e allora, una persona abilitata a insegnare non avrebbe più bisogno di essere nuovamente valutato, oltre tutto attraverso un dispositivo concorsuale che finora si è limitato a misurare il possesso di conoscenze, trascurando altre dimensioni essenziali della professionalità docente. Parlando di scuola, in Italia, si guarda spesso con invidia ai Paesi dell’Europa settentrionale, per i risultati che i loro studenti ottengono nei test OCSE-PISA. Perché non prendere in esame anche l’aspetto della “selezione in ingresso” degli insegnanti? In Finlandia, i docenti e gli stessi dirigenti scolastici sono assunti da commissioni territoriali formate da loro colleghi già in servizio, da genitori degli studenti e da amministratori locali. Queste commissioni attraverso procedure rigorosissime (in modo da evitare forme di “nepotismo” o di “cooptazione di amici”) selezionano da una lista di abilitati il nuovo personale scolastico. Anche questo ci aiuta a capire perché, da quelle parti, lo status di insegnante goda di un’elevata considerazione sociale».

Vogliamo passare ai contenuti “metodologico-didattici” de La buona scuola?
«È la parte più debole dell’intero documento. Mi pare ispirata da una comprensione piuttosto superficiale delle tesi della filosofa americana Martha Nussbaum. Si contrappone implicitamente una scuola della “creatività” a una del “profitto”, di impronta berlusconiana (quella delle famose tre “I”, “Inglese, Internet e Impresa”). Alla proposta di un modello di scuola tutto orientato alla produzione, si risponde dicendo: “Più creatività!”. Il problema, però, è che il pensiero creativo non si sviluppa automaticamente ricorrendo a iniezioni massicce di Educazione musicale e di Storia dell’Arte. Io ho conosciuto insegnanti di Arte tristissimi, che non stimolavano affatto la creatività dei loro allievi, ma aggiungevano nozionismo a nozionismo. La questione riguarda il “modo”, non i particolari contenuti disciplinari: un’attitudine creativa si può incentivare mediante diverse modalità di insegnamento della Matematica, o della Letteratura italiana».

“Diverse”, in che senso?
«Occorre adottare la prospettiva delle multiliteracies: dobbiamo cioè tener conto del fatto che la tecnologia digitale ha portato alla nascita di altri linguaggi, rispetto a quelli tradizionali. I nuovi cittadini del XXI dovranno essere in grado di utilizzare tutti questi codici».

Tra gli obiettivi del programma de La buona scuola vi è però anche quello di insegnare ai ragazzi ad essere dei «produttori digitali»: a partire dalla scuola primaria, si apprenderà il coding, la programmazione informatica.
«Bisogna che ci capiamo: se gli estensori del documento intendono dire che la scuola di oggi deve essere una “scuola dei linguaggi”, allora siamo perfettamente d’accordo. Se invece – come mi pare di cogliere – si pensa semplicemente a un ritorno dell’informatica nella scuola, la cosa sa di stantio. Abbiamo già avuto un Piano nazionale per l’informatica, e abbiamo constatato che non funzionava. Ritorno sul punto a cui accennavo poco fa, quella della pluralità dei linguaggi nella società contemporanea: la questione che si pone è culturale, non meramente tecnica; semiotica, più che informatica. Non possiamo pensare di insegnare ai ragazzi l’uso dei nuovi codici semplicemente riportando nelle aule il Turbopascal, o qualche linguaggio di programmazione più aggiornato. Detto diversamente, e un po’ provocatoriamente: oltre che una scuola dei professionisti e delle carriere, mi piacerebbe che quella di Renzi fosse davvero una “scuola generativa”, capace di offrire agli studenti nuovi strumenti di interpretazione della realtà. Non troverei giusto che si facesse confusione, ricorrendo a pretesti di ordine pedagogico per risolvere altre questioni, come quella delle classi di insegnamento con un gran numero di docenti in esubero».

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