Alla ricerca della gloria perduta

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Per le strane coincidenze che il destino si diverte a intrecciare, mentre Mark Chapman, l’assassino di John Lennon, a distanza di trentaquattro anni si pente dell’omicidio dichiarando di aver “scelto la parte sbagliata della gloria”, l’annuale Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo (di cui l’ideatore, Remo Bodei, ha già parlato sul Santalessandro) quest’anno ha per tema proprio la gloria. I filosofi che si ritroveranno a discuterne sono pensatori di altissimo livello, eppure la sensazione che, questa volta, il consesso finisca per assomigliare molto alle cerimonie in memoria di eventi o personaggi appartenenti a un passato ormai lontano è molto forte.

Nella società odierna la gloria è un concetto troppo vago: possiamo spiegare bene cosa sia il successo, ancor meglio che cosa significhi la notorietà, ma la gloria rimane sospesa tra i due confondendosi e sbiadendo. Dall’alba dei tempi gloria e fama, successo e notorietà sono profondamente intrecciati, ma non sono esattamente la stessa cosa: basta pensare al guerriero dell’Iliade che, attraverso la gloria di un atto eroico, giunge ad ottenere la stima di tutta la comunità. Come nella società omerica, a volte sembra che anche nella nostra il valore supremo per un uomo non stia nel godimento di una coscienza tranquilla, ma nel raggiungimento di una pubblica considerazione.

C’è però una differenza sostanziale: nella società di Achille era la fama a derivare dalla gloria, nella nostra sembra invece che la gloria derivi dalla fama. Oggi uno è bravo perché è famoso, non è famoso perché è bravo. La gloria, però, evoca qualcosa di più disinteressato e di più alto rispetto alla notorietà o al successo: un’azione è gloriosa se prodotta da meriti e qualità eccezionali, mentre sappiamo per esperienza che la fama si raggiunge anche attraverso vie ben diverse.

Ovviamente, la gloria si accompagna al bene in società mature e in individui consapevoli, non certo nella mente folle di un fanatico come Mark Chapman. Gloria è una parola sempre meno presente nel vocabolario occidentale (l’ultimo ad impiegarla con una certa profondità fu Giuseppe Berto, che così intitolò la sua affascinante rilettura della figura di Giuda), forse perché richiama un mondo di valori e di idee che spesso, proprio in nome di concetti come gloria, patria, dovere, ha sparso sangue e devastazione. Ma esisterà pure una via di mezzo tra la gloria usata per giustificare gli atti più terribili – in questo, oggi, si distinguono i terroristi islamici –, e la gloria rifiutata da una società effimera che all’onore e al merito preferisce la visibilità e l’esibizionismo. In deroga alla massima del “tertium non datur”, in Emilia i filosofi cercheranno probabilmente il punto medio: chissà mai che, al termine della kermesse, il terzo giorno anche la gloria torni accanto a noi.

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