Il “no” della Scozia. Che cosa significa per oggi, che cosa potrà dire domani

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Il nostro collaboratore Fabio Gatti si trova a Cambridge. Gli abbiamo chiesto qualche impressione “in diretta” sul referendum sulla indipendenza scozzese e sui suoi risultati.

Il Regno ri-Unito, titolano a caldo The Independent e The Scottish Sun, l’uno inglese, l’altro scozzese. Ma la sensazione più diffusa è che il Regno Unito di Gran Bretagna sia sempre meno regno e sempre meno unito. Al momento, almeno, continua a esistere: ma è probabile che alle rivendicazioni scozzesi – e alle conseguenti concessioni da parte del governo londinese – seguiranno presto o tardi simili richieste dal Galles e dall’Irlanda del Nord. La vittoria del no alla secessione (55,3% contro 44,7%, con un’affluenza record ai seggi) non era sicura stando ai sondaggi, che evidentemente sbagliano previsioni anche Oltremanica, ma era data per certa dagli allibratori britannici, i quali invece raramente sbagliano, trattandosi dei loro soldi. In ogni caso, l’esito del voto rende felici diverse persone, a cominciare da David Cameron: il leader dei Conservatori non passerà alla storia come il presidente che ha assistito alla disintegrazione del Regno, ma passerà alla cronaca come l’astutissimo politico che ha snobbato il referendum scozzese fino a poche settimane dal voto, quando qualcuno gli deve aver fatto capire che era seriamente a rischio il suo posto. Soddisfatto anche l’Establishment di Bruxelles, che da un’eventuale vittoria degli indipendentisti temeva un effetto domino, con spinte secessioniste in Spagna e in Italia (pare che parecchi catalani e veneti siano arrivati a Edimburgo a ridosso del voto pronti a festeggiare in caso di indipendenza scozzese).

Gli Inglesi d’Inghilterra, dal canto loro, non si scompongono più di tanto: fino alla vigilia del referendum c’è stata parecchia apprensione, all’indomani si tira il fiato, ma senza illusioni. “Immagina un forte terremoto, che non ha fatto vittime ma parecchi danni: è probabile, comunque, che altre scosse ci saranno…”: ricorre a immagini sismiche un professore di Cambridge, per spiegarmi che cosa davvero rappresenti, agli occhi degli inglesi, questo voto. Le vittime non ci sono state, perché l’indipendenza è stata respinta, ma i danni all’integrità e all’unità nazionale sono ormai irreversibili. David Cameron ha già promesso, insieme al leader dei Liberal-democratici e dei Labour, ampie concessioni agli scozzesi, in pratica tutte quelle che fino a poco tempo aveva categoricamente negato: è altamente probabile che alla Scozia saranno dati poteri su tutte le questioni, eccezion fatta per difesa e affari esteri.

Chi pensa che qui, in Inghilterra, la questione scozzese sia più chiara che in Italia sbaglia totalmente: sarebbe stolto puntare come al solito il dito contro l’informazione italiana, poco attenta alle questioni estere. In realtà c’è in gioco un complesso di sentimenti, affari, problemi difficilmente districabile. Si può però dire che gli Inglesi erano e restano contrari all’indipendenza scozzese (sei cittadini su dieci si sono dichiarati tali) per motivi ideali e politici: la frammentazione dell’UK, in primo luogo, avrebbe inevitabilmente danneggiato l’immagine fiera, autarchica e solida che il regno trasmette al mondo; ma soprattutto, se la Scozia fosse diventata indipendente, il Parlamento londinese sarebbe diventato a schiacciante maggioranza conservatrice, probabilmente per sempre, cosa ovviamente non gradita agli ambienti progressisti – minoritari ma consistenti – dell’Inghilterra.

Per gli scozzesi, al contrario, era una questione di money and heart, denaro e cuore: un’indipendenza avrebbe significato il ritorno alle origini vagheggiate dal Braveheart di Mel Gibson, ma soprattutto avrebbe voluto dire gestire autonomamente le proprie risorse e i ricchi pozzi petroliferi, avrebbe voluto dire denuclearizzare la nazione e promuovere una serie di politiche ambientaliste, pacifiste, genericamente progressiste e ispirate alle società nordiche ritenute ideali, che a Londra non sono la priorità. Non è un caso che in Scozia la maggior parte dei giovani fosse per il sì, mentre le persone più anziane fossero generalmente più caute.

In Scozia serpeggia una visione idealistica e sognatrice del mondo (che evidentemente non ha prevalso, ma rimane diffusa e con buone probabilità di imporsi ulteriormente nel giro di qualche anno, in linea con il naturale ricambio generazionale); in Inghilterra prevale il tipico pragmatismo anglosassone, quello di chi sa bene che – come mi dice il professore di Cambridge – “le società che vogliono essere perfette raramente lo diventano; molto probabilmente, però, diventeranno società ingiuste”.
Adesso non resta che vedere se e per quanto il precario equilibrio tra Scozia e Inghilterra reggerà. Ma, respirando il clima britannico, la sensazione è che siano profetiche le parole di un giovane che incontro alla fermata dell’autobus: “Un referendum è come una pinta di birra: difficilmente ti accontenti di una sola”.

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