Colpa delle stelle e la sick-lit: la fragilità non fa paura (almeno nelle fiction)

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«Colpa delle stelle» diretto da Josh Boone e interpretato da Shailene Woodley e Ansel Elgort è, secondo molti, come «Love story» ma del nuovo millennio. Al centro sempre amore e malattia, anche se declinati in modo nuovo. Negli Usa ha raccolto 48 milioni di incassi solo nei primi tre giorni. In Italia è uscito il 4 settembre ed è stato il più visto nel weekend, con il record di biglietti venduti nel primo giorno di uscita. Anche la colonna sonora è in cima alla classifica di Itunes.

Non è solo il classico polpettone romantico, anche se è indubbiamente un film furbo e ben confezionato: tratto dall’omonimo bestseller di John Green (Rizzoli), sta facendo esplodere un filone ricchissimo. Lo chiamano «sick-lit», la letteratura della malattia. L’industria dell’intrattenimento è sensibile ai grandi successi, e già l’inverno scorso ne avevamo avuto un assaggio con «Braccialetti rossi» storia (per di più vera e autobiografica) dello spagnolo Albert Espinosa (romanzo Salani e serie tv di grande successo).

Anche in «Colpa delle stelle» i protagonisti sono ragazzini malati di cancro, ma il messaggio non è triste, tutt’altro: «Vivi oggi il tuo giorno migliore» dice lo slogan del gruppo di sostegno della protagonista Hazel Grace. La vita è bellissima anche se non è perfetta, dice il trailer del film, che spezza il tabù della fragilità e della morte: e pensare che è rivolto soprattutto a un pubblico giovane, e sono gli adolescenti a fare la fila per vederlo. Il racconto della fragilità, strano ma vero, diventa un inno alla vita. Fa venire voglia di non perdere tempo, di prendersi cura delle persone che si hanno vicino, di mantenere viva la speranza.

“Vivi oggi il tuo giorno migliore” sembra uno slogan po’ ingenuo, la classica “frase fatta” dal sapore un po’ retorico. In realtà nel corso del romanzo e del film (che segue il testo di Green in modo abbastanza fedele) Hazel Grace e il suo grande amore Gus Waters scoprono quanta verità contenga: vale sempre la pena di vivere, fino alla fine, dice questa vicenda.
I ragazzi del gruppo di sostegno nel libro si ritrovano letteralmente “nel cuore di Gesù”: un luogo dalla simbologia molto forte. Sono ragazzi fragili, e molto amati. Ognuno racconta la sua malattia, e a chi guarda vengono i brividi. “Esiste solo una cosa peggiore di essere una ragazza malata di cancro: essere la madre di una ragazza malata di cancro” dice Hazel Grace, che si sente come “una granata” pronta ad esplodere, perché è consapevole di non essere destinata a guarire. All’inizio sembra che la routine delle visite mediche, delle giornate passate in casa a guardare le sue serie tv preferite basti a rassicurarla. Poi, spinta dalla madre a uscire dal guscio, tra i ragazzi del gruppo, con Gus, scopre che la rassegnazione, l’isolamento e il silenzio non sono l’unica strada. Non vorrebbe innamorarsi ma le capita. Anche se deve andare in giro portando con sé la sua bombola di ossigeno, anche se il suo ragazzo ha perso una gamba per colpa del cancro, non vuol dire che debbano rinunciare a essere felici, a interrogarsi sul destino dei personaggi del loro romanzo preferito, a realizzare almeno un desiderio, ad avere un momento speciale. E non importa come va a finire. Perfino la morte può essere serena, diceva proprio ieri nell’udienza generale Papa Francesco, se è vissuta in modo umano, con qualcuno accanto, con amore, fino alla fine. Un libro come questo, destinato per di più a un pubblico giovane, fa pensare. Ancor di più perché da tutta l’estate è in cima alle classifiche, negli Usa come in Italia. I ragazzi, dicevamo, fanno la fila per andare a vedere il film. Cosa succede? Piace l’idea che la vita possa essere bella anche nella fragilità, anche se non è perfetta. Piace trovare tra le righe un sentimento vero, slancio, coraggio, fede nella vita, nel futuro, in qualcosa di più grande. E questo nonostante né il libro né il film siano capolavori assoluti.
Qualche anno fa ad andare per la maggiore tra i teenager erano i vampiri: creature fantastiche, con poteri simili a quelli dei supereroi ma con qualcosa di oscuro, una zona in cui probabilmente trovava sfogo il desiderio di trasgressione (anche solo simbolica) che spesso accompagna l’adolescenza. Dopo il successo raccolto l’inverno scorso da “Braccialetti rossi” dello spagnolo Espinoza (Salani), tra l’altro autobiografico, un’altra storia di un ragazzo che lotta (e vince) contro un tumore,  colpisce ora che anche il racconto della malattia (sick-lit) sia diventato il filone di successo del momento sia letterario sia cinematografico (con qualche caduta di gusto qua e là come sempre accade quando nell’industria dell’intrattenimento si moltiplicano le imitazioni). Ma in queste storie la speranza è più forte della malattia, e l’imperfezione e la debolezza non ostacolano la realizzazione personale: due messaggi da cogliere.
A questi temi dedichiamo il dossier di questa settimana, spaziando dalla fiction, che ci offre la traccia di una tendenza popolare, alla realtà delle associazioni e dei volontari attivi qui dove siamo, sul territorio di Bergamo, per vedere qual è il punto di vista di chi deve misurarsi davvero con la malattia, e che ha bisogno di sentire la vicinanza e l’aiuto degli altri. E’ un tema ampio, il nostro è un “primo assaggio”. E se avete delle storie, delle esperienze da segnalarci scriveteci.

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