Alessandro racconta la Bolivia: la povertà e la dignità della gente aimara

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Questa settimana ospitiamo un racconto di vita quotidiana di Alessandro Manciana, medico, 42 anni, missionario laico, in Bolivia con il Celim.

Don M. non è un sacerdote. In spagnolo “Don M.” non è il titolo dato ad un prete ma a tutti gli uomini sposati.
Don M. è un nostro paziente anziano, quasi ottanta anni, affetto da una grave malattia. I famigliari non vogliono accompagnarlo in città per una visita specialistica e una probabile biopsia.
Gli facciamo visita tutte le settimane. Vive con la moglie in una piccola e umile casa a pochi metri dalla riva del lago Titicaca.
Il paesaggio intorno a noi è incantevole. Il sole è alto all’orizzonte, il cielo è terso, di un azzurro intenso, sullo sfondo si stagliano le vette innevate della cordigliera reale con i loro ghiacciai imponenti, e infine lui, il lago, vero protagonista, spettacolare e infinito come un mare, luccicante come se indossasse un abito da sera. Alcuni lama e pecore stanno pascolando intorno a noi. Immancabili maialini scappano spaventati al nostro arrivo.
La moglie di Don M ci apre l’uscio di casa. È in realtà una sola stanza con il tetto di “totora” abilmente intrecciata (la totora è una canna che cresce lungo la spiaggia) e i muri costruiti con mattoni di fango e paglia. Due letti, un tavolo, il vecchio televisore, tanti sacchi ripieni di cereali, patate e altri tuberi. Vestiti abbandonati in ogni angolo. Piatti e posate qua e là. Un piatto di minestra lasciato a metà appoggiato a un tronco che fa da tavolino. Una vecchia torcia elettrica e un sacchetto di sale sul davanzale dell’unica finestra. Appesi alle travi del tetto, pezzi di carne e grasso di pecora seccati al sole e un cavo elettrico annerito e spelacchiato, che non si sa bene da dove arrivi, con una piccola lampadina accesa a rischiarare la penombra della stanza. Le pareti sono ricoperte di poster colorati: almanacchi del “sindicato” agricolo ed ittico, propagande elettorali con i faccioni dei candidati sorridenti e convincenti, diversi calendari, quello, sempre presente, con tutti i presidenti di Bolivia ed altri, che promuovono marche di birra, con le immancabili ragazze in bikini che ti lanciano uno sguardo languido e ti ricordano quanto sia falsa la pubblicità.
Don M. è disteso a letto. È stanco. La malattia lo sta consumando. Carmen, la nostra infermiera, gli parla in aimara, la lingua della nostra gente, gli chiede come va. La moglie interviene, ci racconta la sofferenza di Don M. e la sua. Si commuove. Diamo dei consigli, lasciamo alcuni farmaci per il dolore, degli alimenti che ci siamo portati da casa, un po’ di conforto, spero.
Guardo Don M. negli occhi, osservo le sue mani. Il viso è sfigurato dalla malattia, ma la pelle bruciata dal sole dei 4000 metri, le rughe, che paiono solchi lungo le guance e intorno agli occhi, le mani callose e deformate dall’artrosi, parlano da sole; ci dicono delle fatiche, degli sforzi di questo pescatore, della sua vita fatta di lavoro e sacrifici.
In una casa così umile, così disordinata e sporca, in un letto con un materasso fatto di sacchi di iuta imbottiti di paglia e ritagli di stoffa e con coperte sporche e polverose c’è un uomo, un malato, che non ha perso la sua dignità. Mi sento piccolo.
Salutiamo. Usciamo, l’uscio è basso, bisogna quasi inginocchiarsi, la luce del sole ci abbaglia. Un ultimo sguardo al lago e alle montagne. Un profondo sospiro e un pensiero: la maestosità e bellezza del paesaggio si sposa con la forza e la tenacia della gente aimara.

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