Il caso Yara: quando la tragedia diventa intrattenimento. E lo spettatore un detective

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Sul caso Yara procura e difesa continuano a rincorrersi sui media come se il processo si svolgesse lì invece che in tribunale. Le ultime: l’accusa avanza dubbi sul silenzio anomalo di Bossetti dopo la sparizione della ragazza, mentre gli avvocati della difesa sono tornati ad avanzare l’ipotesi che il rapimento e l’omicidio di Yara potrebbero essere l’esito di una presunta vendetta ritorsiva nei confronti della famiglia Gambirasio, messa in atto da più persone.

Dinnanzi all’ennesima argomentazione sbandierata con poca professionalità dinnanzi alle telecamere, i genitori di Yara sono tornati a parlare attraverso i propri legali, Andrea Pezzotta ed Enrico Pelillo, che in una nota hanno chiesto che «Se il difensore del signor Bossetti ha elementi concreti che vanno in quella direzione, li porti non in televisione, ma in Tribunale».

La richiesta dei genitori di Yara fa appello ad una questione di rispetto e di serietà. L’omicidio della tredicenne è una tragica realtà, non una fiction a puntate. Rispettare la morte di Yara e la sua famiglia, quindi, significa lasciare che la giustizia faccia il suo corso, senza alimentare un’inutile informazione distorta. Il nome di Yara Gambirasio si inserisce nella lunga lista dei delitti divenuti veri e propri casi mediali. Il piccolo Samuele, Anna Maria Franzoni, Azouz Marzouk, Meredith Kercher, Sarah Scazzi, Sabrina e Michele Misseri, Erika e Omar. Vicende che scorrono su un comune binario: quello della violenza cieca, della follia atroce e disumana. Su tutti questi casi il sistema dei media si è accanito in modo ridondante e perverso. Come se non bastasse la tragedia di chi se ne è andato per sempre, come non fosse straziante l’agonia di chi rimane e deve sopportare il lutto e la disperazione, la nostra moderna -e civilissima – società dell’informazione perde anche quell’ultimo brandello di dignità e di buon senso: giornali, radio, siti e tv nutrono morbosamente le menti dei cittadini con tutti i dettagli e i macabri particolari di queste tristissime vicende. Ed ecco che la tragedia diventa intrattenimento, il lutto è profanato, la memoria sconsacrata. Storie reali di vite stroncate trattate come soap opere “nere”, resoconti di omicidi recitati con pathos dai giornalisti, dagli occhi lucidi -quanto basta- dei presentatori televisivi, dalle voci sconcertate e incalzanti degli opinion leaders del contenitore pomeridiano di turno. Dove abbiamo perso tutta la dignità di essere umani, in cambio di cosa abbiamo venduto la nostra anima? Persino il Dorian Gray di Oscar Wilde barattò la sua per un compenso più nobile, e quella comunque era finzione.

La risposta ha un nome: agenda setting, una teoria della comunicazione che ipotizza la possibile influenza dei mass media sull’audience rifacendosi ai criteri di notiziabilità delle news e allo spazio che viene loro concesso. Ecco che il problema morale diventa anche sociale. E se non c’è moralità nello svendere il dolore delle persone, se non c’è tutela nel diffondere nomi e cognomi dei familiari di vittime e assassini, dietro a tutto ciò si annida un problema ancora più grosso, e ad un doppio livello. Da una parte l’ossessione dei media per la cronaca nera alimenta un populismo caratterizzato da odio e violenza, giacché l’odio genera odio e la violenza genera violenza, come ha sostenuto a suo tempo Martin Luther King. Così l’uomo violento viene condannato a subire la violenza fisica o verbale del popolo incitato e infiammato nei suoi caratteri più animaleschi così come in passato il colpevole veniva messo al rogo dinnanzi alla folla. In secondo luogo, la trasmissione esasperata di notizie negative ha impregnato il nostro immaginario individuale e collettivo di dolore, di violenza, di sciagure. Qui, tra un triste lancio mediale e l’altro ancora più spaventoso, abbiamo perduto il nostro buonumore, la capacità di ridere e di sognare. Ed è il pubblico da casa il bersaglio, un pubblico che va intrattenuto e continuamente aggiornato sulle ultime news della cronaca nera, quasi ci si rivolgesse più ad un detective che ad un telespettatore.

È da qui che nasce la paura, la diffidenza, il male di vivere. E’ in questo clima di negatività che abbiamo imparato a pranzare morbosamente guardando telegiornali intrisi di sangue, storie di donne accoltellate dai propri mariti, di figli avvelenati dalle proprie madri e, parallelamente, abbiamo perso la capacità di sorridere, di immaginare il Bello. Uno scambio decisamente poco equo, che solo toglie e nulla dà, eccetto che paura, una paura oggi più che mai strumentalizzata da fazioni politiche che cavalcano la cresta della fobia indirizzandola verso il diverso, lo straniero. È così che s’inventa la xenofobia, è così che in un attimo diventiamo tutti potenziali razzisti. È una strategia perversa destinata a contagiare, anche chi non verrebbe, anche chi lo ripudia.

Uno scambio che solo toglie e nulla dà, dicevamo: toglie la libertà di sentirsi sereni in un mondo che non dev’essere per forza buono, ma tanto meno dev’essere per forza cattivo. C’è bisogno di tornare a ridere, a sognare, a credere nel genere umano, in una parola ad essere «positivi». Ne abbiamo bisogno più di qualsiasi altro psicologo, il vero mago di questo secolo, più di qualsiasi altra medicina, la vera droga dei giorni nostri. Siamo malati di malessere.

Ma gli orchi sono sempre esistiti, ieri come oggi, eppure non si è mai smesso di raccontare anche dei buoni, dei principi, degli eroi. Basterebbe ridare loro il posto perduto. In attesa di ciò, risuona nell’aria un appello umano ad un sistema disumano: quello di ricevere un’ informazione vera, variegata e completa. Non solo stragi e omicidi inframmezzati qua e là da un meteo sempre e comunque troppo freddo o troppo caldo. La sfida è ancora una volta rivolta ai giornali e alla televisione italiana, pubblica o privata , perché abbiano il coraggio di reinventarsi, per se stessi o per noi, di ricollocarsi tornando a promuovere l’intrattenimento, lo spettacolo, la cultura, oltre che, chiaramente, l’informazione plurima e variegata: con articoli e programmi educati ed educativi, formativi, speranzosi, che ci restituiscano i sorrisi ed i sogni.

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