Così Paolo VI teneva il timone della “barca di Pietro” in tempi di crisi

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Domenica 19 ottobre Paolo VI diventerà beato. Don Gianni Gualini, parroco di Lurano, ci offre la sua testimonianza e un ricordo dei momenti più intensi del suo pontificato.

Il prossimo 19 ottobre papa Francesco beatificherà un suo predecessore, Paolo VI. Quando fu diffusa la notizia della sua morte il 6 agosto 1978 corsi subito davanti alla Tv che stava trasmettendo una serie di immagini, in bianco e nero, del suo pontificato.
Un ministero svolto a servizio della Chiesa in uno dei suoi momenti insieme più entusiasmanti ma anche più delicati, ne ricordo alcuni: la conclusione dei lavori conciliari e l’avvio delle riforme derivate da esso, uno stile ecclesiale nuovo di ascolto della realtà e di assunzione della complessità di un mondo che stava cambiando fortemente, un nuovo slancio missionario sostenuto da un grande desiderio di evangelizzazione ed alcune spinte di secessione da parte dei nostalgici di una chiesa “perfetta”, vedi lo scisma Lefevriano, o di chi avrebbe voluto un’autonomia più decisa come, ad esempio, la chiesa Olandese.
Ed anche a livello internazionale il clima di “guerra fredda” tra Usa e l’Unione Sovietica, i numerosi conflitti nei paesi asiatici, in Medio Oriente, soprattutto in Terrasanta, i diversi colpi di stato in Africa e nei paesi dell’America Latina non erano certamente fenomeni che facevano guardare con speranza ad un mondo più solidale e fraterno.
Non dimentichiamo anche il clima sociale e politico presente in Italia alle prese con il desiderio di una democrazia più partecipata e la grande stagione del terrorismo che ha conosciuto con il sequestro dell’on. Aldo Moro insieme il suo apice e il suo declino.
Giovanni Battista Montini, il papa bresciano fu chiamato a tenere in mano il timone della “barca di Pietro” in mezzo a questi marosi impugnando saldamente la sua barra a dritta, scrutando con cuore umile ed insieme grande acutezza di pensiero ed afflato spirituale “i segni dei tempi” che stavano germogliando in questa nuova epoca.
Lo disse egli stesso all’inizio del suo pontificato: “Il Signore ha voluto mettere sulle mie povere spalle, forse perché erano le più deboli e le più idonee a mostrare che non è Lui che vuole qualcosa da me. Ma è Lui che vuole dare a me la sua assistenza e la sua presenza e vuole agire su di me – strumento più debole – per mostrare la sua potenza, la sua libertà e la sua bontà”.
Il suo ricordo è sempre accompagnato dall’immagine della sua esile figura, a volte visibilmente provata, che faceva contrasto con l’autorevolezza e il timbro della sua voce che si alzava e si modulava con abilità quando richiamava i grandi valori della dignità umana o i pericoli che la minacciavano. La sua vita fu caratterizzata da un amore forte alla Chiesa e attraverso essa a tutta l’umanità. Ancora oggi il suo Pensiero alla Morte, ne è forse la testimonianza più bella:
“Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.”
Paolo VI accompagni il nostro cammino di credenti perché anche noi impariamo ad amare la Chiesa come l’ha amata lui.

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