Dio pieno di passione invita al suo banchetto. Gli invitati “distratti” si disinteressano

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Immagine: Pieter Bruegel il Vecchio: Matrimonio contadino

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei]e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire (Vedi Vangelo di Matteo 22, 1-14. Per leggere i testi di domenica 12 ottobre, ventottesima del Tempo Ordinario, clicca qui)

Il simbolismo del banchetto è molto usato nella bibbia per descrivere i tempi messianici, quando Dio sarebbe intervenuto in maniera definitiva negli eventi del mondo. «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati», racconta Isaia, nella prima lettura di questa domenica. Ora Gesù ha già annunciato l’arrivo del Regno e quindi può raccontare che il banchetto, segno suggestivo di quel Regno, è pronto. Come il padrone della vigna della settimana scorsa, anche il re di questa parabola insiste nell’invito: è un incoraggiamento ma è anche la segnalazione che il tempo si è fatto breve e che bisogna decidersi. Gli invitati, però, o non si accorgono della novità e vanno alle loro occupazioni di tutti i giorni o, ancora una volta, come i vignaioli omicidi, uccidono ingiustificatamente gli inviati del re.

LA SVENTURA DEGLI INVITATI E L’OSTINATEZZA DEL RE

In effetti l’invito pressante di Gesù ad accogliere il suo invito e a entrare nel Regno non è stato accolto. Matteo “si ricorda” allora, quando scrive il suo vangelo, che Gerusalemme è stata distrutta ad opera dei Romani. E pensa a quella distruzione come a una lontana conseguenza di quel rifiuto. «Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città». Dio, però, anche dopo la sua “collera” (in altre parole: anche quando la storia manifesta le conseguenze del rifiuto di Dio), non rinuncia mai alla sua misericordia. La parabola sottolinea che tutti, indistintamente, vengono chiamati: «tutti quelli che troverete, cattivi e buoni». Il popolo ebraico perde i suoi privilegi, dunque, ma, al suo posto, tutti possono essere chiamati ed entrare nel Regno, senza nessuna distinzione. Resiste una sola condizione perché si possa partecipare degnamente al banchetto: la conversione del cuore, la trasformazione della propria vita. L’abito nuovo nella bibbia sta infatti a significare una purificazione, una conversione autentica. Chi non indossa questo abito non può entrare nel sala del banchetto e viene gettato nelle “tenebre esteriori”.

IL VESTITO DI NOZZE

Il significato è evidente. E’ il rovesciamento spettacolare al quale il vangelo ci ha abituato. La gente che aveva tutte le conoscenze e tutti i privilegi per capire l’importanza dell’invito e accettarlo, rifiuta, per cui il pranzo viene donato a tutti gli altri che prendono il posto dei primi. La parabola, in primo momento, doveva finire qui: evidentemente, essa voleva descrivere ciò che era avvenuto attorno a Gesù e che abbiamo più volte osservato: scribi, farisei, grandi del tempio rifiutano e combattono Gesù; invece i peccatori, i ladri, i poveri accettano. Ma questo è avvenuto ai tempi di Gesù. Matteo scrive il vangelo molto tempo dopo. Nel frattempo i romani hanno distrutto Gerusalemme, gli ebrei hanno ripudiato e condannato i seguaci di Gesù. Allora a Matteo si affaccia un altro problema. Questo: i poveri e i discepoli hanno accettato il Vangelo. Ormai quello che Gesù annunciava con la parabola si è completamente avverato. Che cosa devono fare allora i cristiani? Matteo si ricorda di un’altra parabola di Gesù e la racconta qui: è la seconda parte del brano di questa domenica: la veste candida necessaria per partecipare al banchetto. Questa parabola serve da risposta al problema: i cristiani, i poveri e i peccatori di un tempo che hanno accettato di diventare suoi discepoli, devono “portare la veste candida”: cioè devono coltivare le disposizione adeguate per poter accedere al banchetto nuziale.

LA PASSIONE PER IL FUTILE

Le nozze sono preparate dal re. Dobbiamo davvero essere convinti che alla radice della nostra fede c’è l’iniziativa di Dio e non la nostra. Dio mi viene incontro. Questo Dio è uno straordinario padrone di casa. Descrive i preparativi, fa vedere come è invitante la sua sala da pranzo. È un Dio che si prende a cuore la festa. Di fronte a lui che “si prende cura” stanno gli invitati, che sono “amelesantes” che vuole dire: non se ne prendono cura, sono distratti… Quali sono le forme moderne della nostra distrazione? Avviene spesso, infatti, che “non ci prendiamo a cuore” il Signore. Ci appassioniamo del futile e ci dimentichiamo dell’essenziale. In realtà, nessuno di noi è chiamato ad appassionarsi per tutta la giornata a problemi grandiosi e drammatici. Abbiamo bisogno di distrazione. Vero. Ma la sensazione è che molta gente vive in funzione della partita, della discoteca, della piccola o grande distrazione giornaliera. Invece si dovrebbe distrarsi per vivere, e non si vivere per distrarsi. Nella universale tendenza a distrarsi si inserisce l’oblio del Signore e della sua Parola. Quale posto può avere Dio, la vita e la morte, la vita eterna a uno che vive solo per appassionarsi delle cose futili? Ma a furia di appassionarsi di cose futili, che cosa avverrà quando sarà necessario appassionarsi di cose importanti? Quando la vita chiamerà ad affrontare il dolore, la morte, le grandi decisioni sul lavoro, sui figli, sulla casa… che cosa farà l’appassionato del futile, quel giorno? Avrà l’attrezzatura giusta, quel giorno o scambierà la vita, la morte e la malattia come una partita di calcio? «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici». (Blaise Pascal, Pensieri 168).

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