Meno dialetto, più italiano. E le custodi della lingua sono le donne

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Oggi solo il 9% della popolazione della Penisola si esprime utilizzando esclusivamente il dialetto. Gli italiani, finalmente, hanno imparato a parlare la loro lingua nazionale: non solo al lavoro ma anche in famiglia, intorno alla tavola. A registrarlo è l’ultimo rapporto dell’Istat, i cui dati, riferiti al 2012, risultano ancora più sorprendenti se paragonati a quelli del 1995, quando la quota era ben più alta e raggiungeva il 23,7%. Se sono soprattutto i giovani ad abbandonare il dialetto, stregati dal “gergo” giovanile, che cambia velocemente ai ritmi dei social e del diktat digitale, il merito della quasi completata unificazione linguistica, che arriva poco dopo le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, è delle donne: “Sono più brave, leggono più libri e sono più attente alla spinta sociale”, spiega il linguista Tullio De Mauro. Ma lo stato di salute della lingua di Dante va molto più in là dei confini italici: stando alle conclusioni degli Stati generali della lingua italiana sulla diffusione del nostro idioma nel mondo, organizzati qualche giorno fa a Firenze dalla Farnesina, è emerso che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo e sta crescendo in aree che vanno dalla Russia al Maghreb, fino alla Cina.
Fin qui le belle notizie, che in tempi di crisi e di “complessi di inferiorità” riguardo alle condizioni generali del nostro Paese è davvero un piacere salutare, una volta tanto. La domanda, però, sorge spontanea: parliamo sempre più in italiano, ma “quale” italiano? Non è un mistero, infatti, che tra conoscenza e padronanza della lingua il divario spesso appaia considerevole. A confermarlo sono alcuni recenti dati dell’Ocse, secondo i quali un adolescente su cinque “non sa l’italiano”. E non si tratta soltanto, per gli under 18, di arretrare di fronte a verbi percepiti astrusi come “esimere” o “desumere”, a parole come “facezie”, ad aggettivi come “deflagrante”… Non è solo questione di ortografia. Il problema è non saper confezionare in maniera coerente un testo, pronunciare un discorso (fosse soltanto la classica interrogazione orale, in via di sparizione dalle aule), decodificare un articolo di giornale… A proposito: un altro dato che rileva l’Istat è la poca conoscenza, in Italia, delle lingue straniere. Perché allora non proporre ai ragazzi, insieme ai vocabolari delle altre lingue – essenziali nella “cassetta degli attrezzi” del nostro mondo globalizzato e interconnesso – anche un vocabolario di italiano, con all’interno un elenco delle parole da salvare? Gli italiani, del resto, sono e restano un popolo di santi, poeti e navigatori. E si naviga più sicuri, in rete, se si ha a disposizione anche una vecchia bussola…

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