Parliamo di morte. La difficile umanità di saper guardare in faccia la nostra fine

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Immagine: Una sequenza del “Settimo sigillo” di Bergman

Vorremmo parlare di morte. Ma davvero ne possiamo parlare? Sì, perché la cosa non va da sé. Anzi, va da sé che non se ne parli. Continua, infatti, e diventa sempre più evidente con il passare del tempo, la straordinaria reticenza sulla morte. E si conferma che quell’argomento, la morte, è il nuovo argomento tabù che ha sostituito altri argomenti tabù tra i quali, soprattutto, il sesso. Una volta era proibito parlare di sesso, oggi è proibito parlare di morte.

Noi vorremmo, nel nostro piccolo, parlare di morte e, anzi, vorremmo fare, con questo, il nostro personalissimo sberleffo di Halloween. Intanto vorremmo capire proprio perché non se ne parla. Quanti motivi sono stati citati da illustri studiosi! A noi sembra utile citare il motivo più scontato: perché la morte fa paura. Ovvio. Ma vorremmo che si pensasse appena un istante a che cosa significa quella paura e quel silenzio. L’evento più tragico che può accadere alla nostra umanità è sistematicamente sottaciuto. È proibito parlarne. Ma è possibile vivere bene la vita se non si riesce a viverne la fine? Quante volte gli adulti dicono ai ragazzi che devono essere capaci di affrontare la vita, le sue difficoltà e i suoi drammi, che bisogna saper vivere gli insuccessi, che si cresce anche con questo e che senza questo non si cresce. Ma gli adulti, e i giovani più di loro, di fronte a quella difficoltà, scappano. Di fronte alla difficoltà più grande ci manca il coraggio.

Forse allora non è così peregrino pensare che stiamo attraversando una fase bambina, infantile della nostra cultura. Fatichiamo a crescere perché non sappiamo affrontare tutta la nostra vita e soprattutto la sua fine.

Si può forse capire, di conseguenza, la grande igiene spirituale che è la prossima festa dei morti. La comunità cristiana dedica una sua festa, e non la più dimessa, per parlare di morti e di morte. E la comunità cristiana è rimasta forse l’unica istituzione della nostra società, pur con tutte le sue magagne, a mettere una bara al centro di sue assemblee, per parlare di quello che non c’è più e per pregare per lui. Anche in questo, crediamo, la Chiesa continua a essere, non solo portatrice di una “bella notizia”, ma anche, semplicemente, maestra di umanità, anche di quella umanità difficile che sa guardare in faccia alla nostra fine, per parlarne e per pregare.

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