Prima ancora che il metodo. A proposito del Sinodo e del buon uso delle discussioni

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Il dibattito sinodale inizia con l’immancabile polemica tra le diverse posizioni. Mi spiace, perché, a mio parere, non giova né al dibattito in se stesso, che non dovrà essere uno scontro ad eliminazione, né a chi lo segue dall’esterno, che potrebbe essere portato a tifare per l’uno o lì’altro de contendenti.

“TEOLOGIA IN GINOCCHIO”

A suo tempo mi pare di capire perché il Papa ha creduto di poter definire “teologia in ginocchio” l’elaborato del Card. Kasper. Si trattava di un intervento, quello di Kasper, che rompeva il silenzio assoluto che sapeva di tabù in materia di morale matrimoniale. Questo semplice fatto poteva comportare per il porporato tedesco un ostracismo pregiudiziale. Il Papa, per fare in modo che il Sinodo non fosse una pura formalità, ha evidentemente voluto che si evitassero ostracismi di principio e, conoscendo il Card. Kasper, la sua teologia e, penso, anche la sua spiritualità personale, si è sentito di doverlo proteggere da attacchi pregiudiziali parlando di “teologia in ginocchio” a proposito del suo contributo per il Sinodo.

Ma proprio perché anche per l’opinione pubblica ecclesiale sia evidente che il Sinodo non può essere una pura formalità, non solo perché così vuole il Papa, ma perché così vuole la sana tradizione della Chiesa, è da pensare che è del tutto naturale che sul tavolo del Sinodo ci siano tutte le posizioni del dibattito. Ecco perché non trovo per nulla disdicevole che i Cardinali Walter Brandmüller, Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Raymond Leo Burke e, soprattutto, Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, abbiano messo in evidenza la posizione tradizionale. E, dato che si tratta pure innegabilmente di uomini di Dio, di sicuro anche questa posizione è nata e si sostiene su una “teologia in ginocchio”. Questo è tanto evidente che il Papa non ha ritenuto che fosse il caso di sottolinearlo. (Se servirà un suo intervento compensativo qualcuno glielo chiederà sicuramente). Oltre a queste due diverse posizioni immagino e mi auguro che ce ne saranno anche altre. Tutte però, ne son certo, con l’intento che Papa Giovanni delineava ripetutamente nel mirabile e illuminante discorso di inaugurazione del Concilio Vaticano II:  «Questa dottrina certa ed immutabile, (in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I), alla quale si deve prestare un assenso fedele, occorre che sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi».

La Chiesa, riguardo alla verità rivelata, certa ed immutabile, ha da sempre un duplice mandato: quello di prestarle un  assenso fedele e quello di approfondirla e ed esporla secondo quanto è richiesto dai tempi.

Ognuno di noi ha sensibilità proprie e quindi anche quei santi uomini (il Card. Kasper e i suoi interlocutori) hanno le loro. Non deve meravigliare perciò se, nell’adempiere da teologi e da pastori il duplice mandato del Concilio, ma soprattutto di Cristo salvatore, ognuno sottolinea con più forza uno dei due punti pur senza dimenticare l’altro.

AI TEMPI DEL CONCILIO, MONS. BELLINI

Potrà sembrare strano, ma anche questa differenziazione è utile alla missione e sarà utile anche allo svolgimento del Sinodo. Ricordo che ai tempi del Concilio, da seminaristi, eravamo scandalizzati nel vedere le resistenze fortissime che opponevano all’attuazione stessa del Concilio uomini come i Cardinali Ottaviani, Tisserant, Siri… Il nostro professore di teologia, Mons. Alberto Bellini, ci aiutò a superare quel pericoloso stato d’animo che poteva ingenerare in noi una pericolosa sfiducia, ricordandoci che si trattava di persone leali, oneste e appassionate al bene della Chiesa e che portavano avanti il loro impegno proprio con quelle virtù. Fu ancora questo nostro stimatissimo professore che ci fece notare che se in una macchina si usa solo l’acceleratore si rischia di andare contro il muro, così come, se si usa solo il freno, si rischia di non arrivare da nessuna parte. Andando in macchina, io amo la velocità, ma proprio per quello, per la mia incolumità e per quella degli altri, faccio spesso controllare i freni.

Se non vogliamo porci di fronte al Sinodo come le opposte scalmanate tifoserie dei derby, a mio parere dobbiamo vederla così e pregare perché il Satana (il Divisore) non ci metta la coda con la complicità (involontaria naturalmente) di tanti cattolici ben intenzionati.

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6 commenti

  1. Francesco Rampinelli on

    Mi sforzo di apprezzare l’invito che don Panfilo rivolge urbi et orbi alla moderazione e all’equilibrio, in nome del buonsenso e anche del rispetto dei ruoli, se vogliamo. D’altro canto, ho l’impressione che nell’agire quotidiano spesso alla moderazione s’accompagni una buona dose di ambiguità.
    Nel momento in cui la famiglia e il sacramento del matrimonio su cui essa si fonda sono sottoposti, per così dire, all’attacco finale, concentrico e concertato, da parte del mondo, abbiamo bisogno che la Chiesa riunita in così solenne assise gridi dai tetti la Verità, anche a costo di essere ulteriormente invisa al mondo. Abbiamo bisogno che riaffermi con forza, cioè in modo fiero ed appassionato, rigoroso e assertivo, chiaro ed inequivoco la sua dottrina, perché conforme alla volontà del Signore ed unica via di salvezza. A noi laici non devono neppure interessare le sfumature, le discussioni, le correnti di pensiero, le aspettative: ci compete il risultato, ed il risultato non potrà che ribadire – per il principio di non contraddizione – ciò che la Chiesa ha sempre detto. Però auspico (e questo mi pare legittimo) che i modi e le forme in cui tutto questo si sostanzierà siano chiari, limpidi, cristallini. Come chiare, limpide e cristalline erano le parole di papa Benedetto XVI: serene, ma mai moderate!

  2. Brunella Conca on

    Io non parlerei di ambiguità, quanto del fatto che ogni vicenda umana ha un lato positivo e uno negativo, se così si può dire. Rileggiamoci il Qohelet. Vero, meglio partire non all’arrembaggio ma con una buona dose di prudenza in certi discorsi, perché alla base ci deve essere il messaggio del Signore, sempre uguale nel tempo e nello spazio; pur vero anche è , però, che ci sono situazioni umane in cui un po’ più di umanità, giustappunto, necessiterebbe…..

    • Francesco Rampinelli on

      Non stiamo parlando di vicende umane; cosa c’entri poi il Qoelet con la sua difesa del relativismo, non so davvero spiegarmi. E a proposito di ambiguità, lei stessa ne porta un bell’esempio: “alla base ci deve essere il messaggio del Signore … PERO’ … un po’ più di umanità … necessiterebbe”. Quindi il “messaggio” del Signore è disumano? E in che cosa consisterebbe una maggior umanità, secondo lei: un rinnovato decalogo, tipo “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me PERO’ ricordati anche di mammona, poverina”? “Non commettere adulterio PERO’ se proprio devi fallo con amore”? E’ vera misericordia negare il peccato, tacerne la natura diabolica, dissimulare le conseguenze?

  3. Brunella Conca on

    Non le sembra di travisare? A me non sembra proprio di aver scritto che si debba “negare il peccato, tacerne la natura diabolica, dissimulare le conseguenze” e se l’ho scritto, le chiedo gentilmente di indicarmelo. Il Qohelet non difende il relativismo, ma dice semplicemente che a questo mondo c’è “il buono e il cattivo” sempre, in tutti i campi, che non sempre ciò che sembra cattivo lo è davvero e così altrettanto per il buono e invita a imparare a discernere il tempo giusto per qualsiasi scelta da prendere nella vita.
    Don Giacomo: “La Chiesa, riguardo alla verità rivelata, certa ed immutabile, ha da sempre un duplice mandato: quello di prestarle un assenso fedele e quello di approfondirla e ed esporla secondo quanto è richiesto dai tempi”. Sono d’accordo, ma sei sicuro che l’abbia sempre fatto?

  4. Brunella Conca on

    Dimenticavo: il messaggio del Signore non è disumano, anzi! è l’applicazione umana che, talvolta, lo è. Il Signore ci chiede di umanizzarci seguendo e facendo la Sua volontà. Dio vuole che l’uomo si umanizzi, che cammini i nell’amore verso l’altro, che impari a capire e ad avvicinarsi ai suoi fratelli, a soffrire con loro e ad aiutarli, ad aiutarli ad essere uomini, non a stroncarli.

    • Francesco Rampinelli on

      Oh bella, credevo che Dio ci chiamasse ad essere santi, credevo che Gesù si fosse fatto uomo per farsi lui stesso Via, Verità e Vita, credevo che l’umanità corrotta dovesse (con l’affidamento a Dio e non certo contando solo sulle sue proprie forze) fare il possibile per imitare Cristo e invece no, scopro or ora che l’uomo è il non plus ultra. O forse no? Forse questa è una nuova religione, una delle tante il cui principio di fondo è: “uomo, sii te stesso e troverai dio all’interno di te, tu sei dio, basti a te stesso”. Una religione nuova e antica al contempo. In un certo senso, “originale”.

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