“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. La complessità di una frase semplice

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In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?»… (Vedi Vangelo di Matteo 22, 15-21. Per leggere i testi di domenica 19 ottobre, ventinovesima del Tempo Ordinario, “A”, clicca qui)

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». È una delle frasi “fulminanti” di Gesù ma che, troppo nota, rischia di essere ritenuta facile da capirsi e di correre il rischio di essere letta con le nostre categorie e non con quelle di Gesù e del Vangelo. Matteo fa notare che si tratta di una provocazione perché qualunque sia la risposta, Gesù potrebbe essere accusato: dai collaborazionisti filoromani se risponde di no, dagli oppositori antiromani se risponde di sì. Con la sua risposta Gesù evita di entrare in gioco ed enuncia un principio superiore, che sta a monte rispetto a tutte le dispute. La risposta suscita la meraviglia dei suoi ascoltatori, fanno notare gli evangelisti.

TRA L’IMPERATORE DIO E DIO IMPERATORE

Che cosa vuole dire Gesù? E’ certo che può solo partire da una convinzione che fa parte del suo mondo culturale e che è sicuramente condivisa dai suoi interlocutori: e cioè che Dio è tutto e che tutto deve essergli sottomesso. I pagani dell’impero considerano dio l’imperatore: lo chiamano “il divino Cesare”. Eppure, di fronte al Dio vero, così pensano tutti gli ebrei di allora, egli è nulla. Gesù dunque non risponde alla provocazione dei suoi avversari dicendo che non bisogna pagare le tasse all’occupante romano, ma che non servirebbe pagare le tasse se, prima, non si obbedisse a Dio. Si potrebbe dire dunque che, per Gesù, solo se di dà a Dio quel che è di Dio si è in grado di dare a Cesare quel che è di Cesare. Non solo, ma se Dio resta Dio, la prima delle conseguenze è che anche Cesare è messo nella situazione di governare il mondo, cioè di fare bene il suo mestiere di Cesare. Succedeva, invece, ai tempi di Gesù che, mentre per i Romani l’imperatore diventava dio, per molti ebrei, Dio diventava imperatore, si metteva a fare lui il mestiere di Cesare. Dio, cioè, diventava spesso per molti dei gruppi politico-religiosi ebrei, colui che dettava la politica, che governava, che puniva i dissenzienti.

CIRCA L’USO INTERESSATO DELLA POLITICA

Ci si accorge subito che la disputa tra Gesù e i suoi interlocutori non è un frammento di un mondo lontano. In realtà, anche oggi, Dio detta le leggi della politica, tutte le volte che il potere religioso diventa anche politico: vedi l’Islam, ad esempio. Ma non è solo l’Islam a pensarla così. La tentazione di “tirar dentro” Dio nella politica torna anche, in maniera più sottile, tutte le volte che la religione viene usata per racimolare voti, per creare consensi, quando dei candidati dicono: “Noi siamo i veri cristiani, non gli altri”. Conseguenza: “Votate noi, perché siamo cristiani, non votate loro, perché non lo sono”. In questo caso Dio si mette a fare Cesare. Ma, quando questo avviene, una conseguenza enorme sta dietro l’angolo: se Dio  si mette a fare Cesare, anche Cesare è tentato di mettersi a fare Dio. Cioè se la politica diventa religione, la religione rischia di diventare politica. I due ambiti si sovrappongono e due errori uguali e contrari devastano i rapporti delicati fra Chiesa e società, fra credenti e politica.

DIO SOLO È DIO

Il mondo di oggi ha bisogno di gente che testimonia che Dio solo è Dio. Questo è il servizio più alto che il cristiano può offrire all’uomo di oggi. Di questo c’è bisogno. E questo è anche ciò che serve a salvare l’uomo e i rapporti fra gli uomini. Solo se Dio  resta Dio Cesare resta Cesare.

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