Le sfide dei giovani preti: “Parlare di fede oggi è difficile”

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Sono molte le sfide che i preti giovani devono affrontare nella società contemporanea: ci sono meno vocazioni, ma in compenso le attese delle persone e delle comunità, se possibile, sono più elevate. Il contesto in cui si trovano ad agire non è sempre, immediatamente quello di comunità cristiane forti e coese: il tessuto si è un po’ sgretolato, è sempre più necessario essere missionari anche nelle parrocchie. E “parlare di fede o parlare del Signore o di alcune dimensioni della morale è difficile, il contesto non è subito disponibile ad accoglierli”. Ne parliamo con don Giampaolo Tironi, referente per i preti giovani in diocesi. Qual è la situazione che si trova a vivere oggi un prete appena ordinato? Quali sono le sfide principali che si trova ad affrontare? Quali sono le difficoltà?
«Il primo passaggio è molto personale, non è mai stato facile ma adesso è ancora più complesso di vent’anni fa: consiste nel trasformarsi da persona privata a pubblica. Nelle nostre comunità c’è un’attesa forte verso chi diventa prete e questi giovani tra i venticinque e i trent’anni fino a ieri erano dei ragazzi di cui qualcuno si prendeva cura. In gamba, stimati ma ragazzi. E arrivano in contesti dove li guardano con benevolenza ma anche con grandi attese e devono muoversi in realtà sempre più complesse. Sono i tempi che portano complessità nelle nostre comunità e nella società, tante diversità nelle situazioni di vita delle persone che incontriamo. Vent’anni fa la complessità era riconducibile ad alcune categorie più comuni. Ci si trova a dover decidere prendersi delle responsabilità, gestire relazioni con persone nuove, gruppi, associazioni. Anche gli oratori sono diventati più difficili da gestire: sono spazi in cui confluisce anche molta della vita delle comunità parrocchiali e civile, molti chiedono ospitalità e la trovano, un giovane prete deve gestire tutte queste richieste e attese. Un altro aspetto, che potrà sembrare banale, è che si ritrovano da una casa strutturata dove avevano orari stabiliti, qualcuno che preparava da mangiare, riscaldamento acceso da altri a una casa che diventa loro, con una quotidianità da gestire, devono capire chi gli lava i panni, chi prepara i pasti. Una volta i preti venivano ordinati e poi avevano comunque qualcuno che si occupava di loro, una mamma, una sorella, una zia, la figura insomma che Manzoni ha portato a definire la perpetua che si prendeva cura di molti aspetti quotidiani. Oggi la maggior parte non ha figure di questo genere accanto. C’è da dire che molti dei nostri parroci si prendono in prima persona cura dei colleghi più giovani nelle parrocchie, li invitano a pranzo, a cena. Però il passaggio da essere molto accuditi dal dover gestire tutto da sé, insieme al nuovo incarico, non è scontato. È così in fondo anche per i giovani che vanno a vivere da soli o che si sposano. La sfida è darsi una regola di vita nella gestione del sé. Gli oratori dove vanno questi preti sono sempre più grandi, accolgono sempre più persone e iniziative: oltre a gestire la catechesi dei bimbi ci sono i cammini per i genitori. Le condizioni delle famiglie sono complesse, sfumate, bisogna fare attenzione ai casi singoli e questo comporta un grande dispendio di energie. Per questo capita di non sentirsi subito all’altezza della situazione, perciò c’è da lavorare».
Anche il tessuto delle comunità non è quello di una volta…
«Certamente su alcune dimensioni e su una sicurezza di sé e del proprio ruolo ci sono un po’ di difficoltà. Per i preti giovani oggi parlare di fede o parlare del Signore o di alcune dimensioni della morale è difficile, il contesto non è subito disponibile ad accoglierli. Una volta la gente se lo aspettava, faceva parte del ruolo. Parlare di fede oggi, intendiamoci, non è impossibile, non è vero che non c’è una ricerca di spiritualità ma i cammini personali sono più lunghi. Arrivare alla fede per i giovani ma anche per gli adulti è più impegnativo, fatto di più svolte, più riprese. Una volta la fede era qualcosa di assodato, si cresceva e si confluiva in una pratica serena. Questo non è un giudizio, ma è una condizione diversa in cui i giovani sono chiamati a dare testimonianza».
I preti lavorano ancora da soli? O anche il loro è più un lavoro di squadra?
«La creazione delle unità pastorali chiede un nuovo modo di svolgere il proprio ministero. Le condizioni di un tempo erano tali per cui un prete era chiamato a lavorare entro i confini della sua parrocchia. Oggi le persone non vivono solo nei confini della parrocchia e del comune e anche i preti devono distribuirsi sul territorio in modo diverso, per di più sono diversi, la collaborazione è obbligata. Se non si agisce insieme si rischia di abbandonare delle zone, di non prendersi cura delle persone. Il lavoro di rete non è solo una moda. C’erano forme di collaborazione anche in passato, ma erano più semplici. Un giovane che si ritrova a fare il prete deve affrontare anche questo: più di un oratorio da gestire con altri preti che hanno altre età. Non è che vent’anni fa le generazioni fossero uguali, ma oggi i cambiamenti sono più veloci tra le generazioni, di cinque anni in cinque anni, ma forse sono diventati anche tre. Una volta una generazione erano vent’anni. Questi preti giovani si trovano ad essere generazione più giovane con preti adulti. Io già sento la distanza e ne devo tenere conto nel confrontarmi con loro anche se per me è un’opportunità e una ricchezza, una volta la differenza era meno accentuata e richiedeva una fatica diversa, minore. Sia per i giovani sia per i più anziani. Si spera sempre che il dialogo sia segnato da una reciprocità. Ci sono abitudini e tradizioni antiche come la festa del patrono che continuano ad essere molto radicate, altre più recenti sono da riprendere in mano, da comprendere nel loro senso, non è facile né per il parroco né per il giovane affrontare le diverse situazioni che si presentano. L’importante per i giovani è non bloccarsi, non pensare male di qualcosa che viene proposto solo perché appartiene al passato o sembra apparentemente vecchio, ma anche l’adulto non può irrigidirsi e obbligare i giovani a inserirsi in un programma già compiuto e accettare tutto com’è».
In un clima in cui i cattolici non sono più la stragrande maggioranza, in cui la pratica religiosa non è più così diffusa, come cambia il ruolo del prete?
«L’oratorio in passato era un vero luogo di riferimento. I giovani ci passavano molto tempo, quasi tutti. Oggi tra i venti e i trent’anni non si vedono più sono più impegnati fuori. Una volta arrivavano lo stesso, dopo gli impegni di studio e di lavoro. C’è da dire però che rispetto al passato capita ai giovani di trascorrere periodi più lunghi lontano da casa, e la prospettiva del lavoro è molto più complessa, c’è il rischio del precariato, non è così automatico riuscire a trovare un posto, nonostante i buoni risultati ottenuti a scuola. Anche i giovani hanno meno tempo libero. Credo che i preti e la chiesa abbiano qualcosa da dire loro di bello e di significativo, anche se bisogna incontrarli in un altro modo, in modo più missionario e con uno sforzo di ricerca e una maggiore comprensione dei passaggi esistenziali e il momento di vita che questi ragazzi stanno vivendo. In modo più disinteressato. Una volta i giovani erano coinvolti attivamente, aiutavano a svolgere il lavoro della comunità. Ora è più complicato diventare grandi, autonomi e sereni nelle scelte di vita, più difficile anche impegnarsi. I preti giovani di oggi incontrano tanti ragazzi che vivono in modo precario e questo si riflette anche nella loro ricerca interiore. Anche il modo di vivere la fede spesso è più inquieto, che si fa più domande, a volte più profondo di un tempo, però non ha sempre un esito tranquillo. Questo mette ulteriormente alla prova anche la fede dei preti, che hanno comunque bisogno di rimotivarsi e di trovare nei cammini che diano il senso di essere credenti in quella realtà. E’ il cammino di tutti, anche dei sacerdoti».
Com’è cambiata la vita quotidiana dei preti? Ci sono più preti che scelgono di stare in comunità rispetto al passato?
«Credo che ci siano stati grandi cambiamenti. La vita comune in ogni caso, visti gli impegni di ognuno, non può essere di 24 ore al giorno nella stessa casa. Questo capita in pochi casi nella nostra diocesi. Ma molti si ritrovano per esempio a pranzo. Importantissima la figura del parroco, ancora più importante di un tempo. In generale c’è molta più disponibilità da parte dei preti a trascorrere più tempo insieme, a condividere alcuni momenti, a ragionare di più sulle cose. Il rischio di una volta era che avviato il meccanismo dell’anno pastorale il calendario restasse fisso, oggi ci sono dinamiche più complesse, i momenti di formazione sono fatti anche per far parlare le persone e aiutarle a riflettere sulla loro esperienza, non solo per far passare alcuni contenuti a parole ma creare un vissuto, delle relazioni e in questo il fatto di vivere insieme aiuta, così come aiuta la preghiera comune. Ci sono anche momenti belli, c’è una crescita in questo certamente è un bisogno molto forte da parte dei giovani. Vengono da un’esperienza di seminario molto bella e intensa di vita comune, in cui creano tra loro uno spiccato senso di amicizia. Il nostro stile forse era più sobrio, più asciutto, oggi è diverso. Un prete che ha amici tra i preti anche nei momenti di crisi ha una marcia in più, ha sempre qualcuno a cui rivolgersi per un confronto, per un aiuto. Oltre a questo c’è una dimensione più affettiva che è importantissima. C’è una serie di legami che i giovani devono imparare a coltivare. Noi eravamo più sospettosi, più combattivi rispetto agli adulti, adesso i giovani accordano immediatamente una stima ai più anziani, anche se poi sono a caccia di un confronto e di un ritorno. E’ qualcosa su cui lavorare».
Cosa può fare una comunità per accompagnare i suoi sacerdoti?
«La preghiera prima di tutto, pregare per i propri preti è importantissimo e noi lo sentiamo come un grande appoggio quando viene fatto. Poi è fondamentale anche avere dei laici che si buttino con entusiasmo nella vita delle comunità, che facciano gli uomini e le donne capaci di manifestare le domande e i dubbi che vive un cristiano che è nel mondo. L’oratorio non è del don ma di tutta la comunità. Il don ha un ruolo di cura, una responsabilità che non è piccola e nemmeno scambiabile con altre ma è importante avere dei laici che stiano dentro questa realtà con consapevolezza, con una corresponsabilità di cui si è parlato anche nelle lettere pastorali del vescovo in questi anni. Credo che qui ci sia un discorso di reciprocità: preti che accolgono l’aiuto dei laici e laici che si fanno avanti. E’ un ruolo da implementare, non solo perché i preti calano di numero. C’è una dimensione comunionale che negli ultimi tempi si sente sempre di più. Anche Papa Francesco su questo ha fatto gesti molto significativi in cui è più diffuso il confronto. Anche le parrocchie nel loro piccolo sono chiamate a questo. I laici diventano seriamente più protagonisti rispetto al modello della comunità di parrocchie del passato. Questo non è immediato, non è facile, è una sfida della nostra chiesa, che anche i giovani preti appena ordinati devono accogliere».

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