Suor Cristina canta «Like a virgin» di Madonna: l’arte dello scandalo al contrario

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Quando abbiamo saputo che il brano di lancio del nuovo disco di Suor Cristina, che ricordiamo per la discussa vittoria a The Voice e la «scandalosa» richiesta di recitare il Padre nostro in diretta televisiva, è «Like a virgin» primo grande successo della ben nota Madonna Louise Veronica Ciccone (!!!), abbiamo fatto un salto sulla sedia: ma davvero? Una suora, col suo abito addosso, che interpreta il brano di una cantante che ha costruito la sua carriera su un uso dissacrante e spesso volgare dei simboli religiosi? E che ha infarcito questo brano di allusioni esplicite che tutto richiamano salvo la purezza dell’amore? Non poteva, semplicemente, scegliere qualcos’altro? Questa la prima reazione.

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Poi abbiamo guardato il video: esteticamente ineccepibile, una fotografia bellissima: del resto a girarlo è stato un maestro del genere, Marco Salom. Anche l’ambientazione è la stessa della clip di Madonna, compresi gli interni girati nelle eleganti sale di Ca’ Zenobio degli Armeni, con alcune sontuose inquadrature degli affreschi di Louis Dorigny sui quali ci furono anche interventi del giovane Giambattista Tiepolo. Sono passati trent’anni giusti (del 1984 la prima versione, con la regia di Mary Lambert) e si vede: qui l’uso morbido dei filtri cromatici e del chiaroscuro, la scelta delle inquadrature, un montaggio che esalta, soprattutto, la bellezza dei luoghi e insiste sulla luce come leit motiv, garantiscono un effetto raffinatissimo, proprio l’opposto dell’originale, che puntava sulla sovrabbondanza, sulla sensualità, sul kitsch. Anche l’insistenza sui simboli è insieme uguale e opposta: il rosario al collo di Madonna era una sfida, una provocazione, ai tempi considerata blasfema. La croce nel video di suor Cristina è un’ispirazione, è il luogo a cui lo sguardo tende.

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L’interpretazione di Madonna giocava sulle ambiguità del testo di Billy Steinberg e Tom Kelly, autori di altri grandi successi come “True Colors”, interpretato da Cindy Lauper, ed “Eternal Flame” delle Bangles. Lo faceva in modo esplicito, dicevamo, come sottolinea anche la scena iniziale de “Le Iene” di Quentin Tarantino, dove i personaggi discutono sul reale significato della canzone e il risultato è assolutamente vietato ai minori. Gli stessi autori del brano, del resto, avevano faticato parecchio a trovare qualcuno disposto a cantarlo, e da parte loro sostenevano che «il significato è diverso a seconda delle persone». La “cover” di suor Cristina, ora diventata “Sister Cristina” in vista del lancio internazionale, ha un tono e una coloritura dichiaratamente opposta. Ascoltandola (e guardandola) si scopre una lettura “mistica” del testo: una metafora d’amore puro, trascendente, proposta con garbo e con un’interpretazione abbastanza ordinaria, così come la voce della nostra sorella cantante.
Alcune considerazioni: l’operazione commerciale rivolta a un mercato discografico internazionale è molto chiara. Si esprime nella scelta di un brano molto conosciuto che è stato una hit potentissima al momento dell’uscita, e nell’idea di farlo cantare a un personaggio in sé interessante e visto dall’estero “esotico”, anche solo per l’abito che indossa. È una “rivoluzione” rispetto all’originale, e segna una svolta da ogni punto di vista (anche nell’arrangiamento, più melodico). Possiamo – detto questo – ammirare il coraggio di suor Cristina (così estremo che rasenta un po’ la sconsideratezza). Ha dichiarato pubblicamente di voler usare la sua voce come moderno strumento di evangelizzazione e lo fa ora gettandosi in un’impresa davvero ardua, come se si ritrovasse a camminare su un filo sospeso su un precipizio, mentre il mondo la guarda. Ha scelto di «fare scandalo al contrario», con una modalità che potrebbe sembrare perfino evangelica, se non ci fosse alla base un’operazione commerciale così ben studiata. Suor Cristina trasforma un inno alla sensualità in un invito a cambiare prospettiva sull’amore e ad affidarsi a Dio. Ma non sappiamo se il messaggio arriverà davvero così a chi ascolterà la canzone. E davvero ne vale la pena? Scegliere questa strada? Le domande restano.

 

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