Un anticipatore geniale e dimenticato: Emmanuel Mounier. Nostra intervista esclusiva con Paul Valadier

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Nella maggior parte dei manuali di filosofia, di Emmanuel Mounier (1905-1950) si fa menzione in poche righe, descrivendolo come il caposcuola del «personalismo francese». Strana trascuratezza, si direbbe, anche tenendo conto di alcuni suoi fulminanti testi del periodo 1946-48, raccolti sotto il titolo La paura del XX secolo. In queste pagine, che sembrerebbero scritte ai nostri giorni, Mounier denunciava «due elementi essenziali del nichilismo contemporaneo: la grande paura diffusa degli uomini d’oggi e la loro singolare passione terroristica». A parlare dell’autore de L’avventura cristiana, lunedì 10 novembre alle 20 e 30, presso l’Auditorium Sala Gamma di Torre Boldone, sarà un suo connazionale, il gesuita Paul Valadier, dottore in Teologia e in Filosofia, docente emerito del Centre Sèvres di Parigi. L’incontro, che avrà per titolo L’impegno cristiano dentro la città. L’eredità di Emmanuel Mounier, rientra nel programma dell’edizione 2014 della rassegna delle Acli Molte fedi sotto lo stesso cielo, nella sezione Testimoni della Storia – Voci e volti del Novecento (ingresso libero mediante prenotazione; si consiglia di verificare sul sito www.moltefedisottolostessocielo.it se vi siano ancora posti disponibili).

«Nella conferenza di lunedì prossimo – spiega padre Valadier – mi soffermerò particolarmente sull’impegno personale di Mounier nella società civile e nella Chiesa. Questo impegno aveva soprattutto un carattere intellettuale. Nella società e nella Chiesa dell’epoca, Mounier diagnosticava una “dismissione dell’intelligenza”, la paura di esercitare un pensiero autentico e coraggioso. Particolarmente sensibile alla responsabilità dei credenti nei riguardi del mondo, egli seppe analizzare lucidamente la crisi che attraversava l’“intelligenza cristiana”: ripiegata su se stessa per timore o per un senso di sfiducia, essa aveva abbandonato il terreno della riflessione critica per fissarsi in forme dogmatiche o per sfociare in una devozione vuota, lontana dalla realtà. Secondo Mounier, una testimonianza cristiana vitale deve invece “incarnarsi”, deve affrontare le sfide dell’epoca presente».

Anche la fondazione di una celebre rivista, Esprit, rispondeva a questa esigenza?

«Come già ho accennato, l’impegno di Emmanuel Mounier era propriamente intellettuale, più che politico o sociale. La fondazione di Esprit, nel 1932, dimostra che la sua preoccupazione principale era di confrontarsi con posizioni di pensiero anche molto diverse dalla sua: la rivista poteva essere un luogo in cui discussioni, scambi di idee, dibattiti avrebbero potuto svilupparsi liberamente, senza i vincoli derivanti dalla militanza in partiti o in movimenti politici».

Emmanuel Mounier morì di infarto, non ancora quarantacinquenne, quando già era iniziato il periodo della “guerra fredda”. È corretto dire che egli si rifiutò di schierarsi ideologicamente a favore del blocco occidentale o di quello sovietico? Che intendeva perseguire una terza via, sfuggendo al dispositivo mentale “amico-nemico”?

«Prima della sua scomparsa prematura, appunto, Mounier poté fare esperienza solo degli anni iniziali della “guerra fredda”. Tuttavia, nel periodo precedente la Seconda guerra mondiale, egli era stato molto colpito dall’attrattiva che il comunismo esercitava su un gran numero di pensatori, e soprattutto su alcuni cristiani. Si trattava spesso di persone coraggiose, animate da forti ideali di giustizia sociale e fraternità umana. Mounier si sentiva prossimo a questo loro impegno, ma non aderì mai al marxismo né volle diventare un “compagno di strada” del Partito Comunista Francese. Egli si oppose vigorosamente all’idea – sostenuta da alcuni “cristiani progressisti” – che la dimensione temporale fosse di competenza del marxismo e quella spirituale del cristianesimo. Peraltro, non direi che Mounier sostenesse la necessità di una “terza via” tra il capitalismo e il comunismo, ovvero, in termini geopolitici, tra l’Europa occidentale e quella dell’Est. Riteneva, piuttosto, che un cristiano debba fare propria la causa della giustizia e all’uguaglianza perorata dai comunisti, ma aggiungeva che il materialismo insito nella concezione marxista è incompatibile con una visione rispettosa della persona umana. All’epoca, le prese di posizione e le analisi politiche di Mounier non furono sempre ben comprese e lui stesso, in certe occasioni, si dimostrò fin troppo sensibile alla novità rivoluzionaria rappresentata dai regimi comunisti. Tuttavia, è pur vero che alla sua morte, nel 1950, egli non aveva ancora avuto la possibilità di sapere chiaramente quali crimini si perpetrassero nei Paesi del “socialismo reale”».

Da un punto di vista filosofico, è ancora attuale il “personalismo” di Mounier? Oggi i sostenitori del “postumanesimo” vanno appunto sostenendo che la persona umana avrebbe fatto il suo tempo; che la nostra specie non avrebbe nessun primato o statuto eccezionale da rivendicare, rispetto agli altri esseri viventi.

«Il pensiero di Mounier, oggigiorno, è largamente obliato o misconosciuto; il personalismo sembra una dottrina un po’ elementare e le riflessioni condotte dallo stesso Mounier troppo “diffuse” perché si possa ritrovare in esse un nucleo fecondo. Ebbene, questi giudizi a me sembrano errati. Si ricava molto, leggendo o rileggendo i testi delle conferenze tenute all’Unesco e in altre sedi, poi compresi ne La paura del XX secolo : si capisce, da queste pagine, come Mounier abbia ben diagnosticato il pessimismo paralizzante diffuso nelle società moderne, e abbia previsto gli esiti catastrofici (troppo smesso minimizzati da certi intellettuali) di questo nichilismo. Soprattutto, si deve tener presente che Mounier insiste sul valore della persona umana, ma non dimentica che essa vive entro una trama di relazioni sociali, senza le quali svanisce».

Una volume di Mounier ha per titolo Rivoluzione personalista e comunitaria.

«Esattamente: personalista e comunitaria. In un’epoca iper-individualista, noi abbiamo un grande bisogno di ricordare che la persona umana è sempre avvolta da una rete di rapporti, e che le sue decisioni si riverberano sull’insieme dei legami che ha con gli altri. Nessuno decide soltanto per sé, nessuno può considerare il suo corpo come una proprietà privata, e ciascun sesso – maschile e femminile – trova il suo significato e la sua forza solo in riferimento all’altro… Ma l’attualità di Mounier sta anche nell’appello rivolto al pensiero cristiano perché non si chiuda nella dimensione dell’interiorità ed eviti gli opposti pericoli di uno spiritualismo disincarnato e di un dogmatismo paralizzante. Su tutti questi punti, la filosofia di Mounier continua non solo a interrogarci, ma a pungolarci: a spingerci ad affrontare delle sfide che, ovviamente, non sono più quelle con cui egli dovette misurarsi, ma sono comunque ineludibili, per dei cristiani che si vogliano impegnare in modo vitale e significativo».

 

Tra i libri di Emmanuel Mounier disponibili in traduzione italiana, ricordiamo :

Lettere sul dolore. Uno sguardo sul mistero della sofferenza, a cura di Davide Rondoni (Rizzoli, pp. 110, 8,90 euro) ;

Trattato del carattere (San Paolo, pp. 968, 26 euro) ;

Il Personalismo, a cura di Giorgio Campanini e Massimo Pesenti (Ave, pp. 192, 15 euro) .

 

Tra i volumi di Paul Valadier tradotti, il più recente è Lo spirituale e la politica (Lindau, pp. 93, 12,50 euro). Una sua intervista («Politica senz’anima») è stata pubblicata dal Santalessandro lo scorso 7 dicembre : Politica senz’anima

 

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